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Forte dei Marmi, i tuffi dal Pontile? Meglio di no - L’esperto: «Sono troppo pericolosi»

di Angelo Petri

	I tuffatori degli anni ’30 del Novecento da La Bibbia di Forte dei Marmi
I tuffatori degli anni ’30 del Novecento da La Bibbia di Forte dei Marmi

Genovali spiega tutti i rischi, come le imprevedibili profondità del fondale. Un’alternativa potrebbe essere «realizzare una struttura comprensoriale dedicata a questa pratica»

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FORTE DEI MARMI. Tuffi sì, tuffi no. L’appello di Luca Morini, che ha lanciato l’idea di una “riapertura controllata” e monitorata ai tuffi del Pontile fortemarmino ha trovato moltissime adesioni sui social e in città. Una visione suggestiva, che parla alla pancia di chi ricorda arenile e mare in bianco e nero, ma che si scontra frontalmente con il parere tecnico e rigoroso del versiliese Gianluca Genovali, presidente nazionale Soccorritori acquatici.

Genovali interviene nel dibattito non per spegnere l’entusiasmo, ma con la fredda precisione di chi la sicurezza la vive ogni giorno sul campo. Per l’esperto, la questione non è politica o sentimentale, ma squisitamente tecnica: il tuffo è un atto che può essere agonistico, sportivo o ludico, ma in ogni circostanza deve avvenire esclusivamente in ambienti dedicati.

Questi spazi sono identificabili negli impianti sportivi, dove le profondità sono garantite da standard costruttivi precisi e dove sono sempre presenti servizi di sorveglianza e assistenza specializzata. Tentare di adattare il pontile a queste esigenze attraverso proposte di messa in sicurezza è, secondo l’esperto, un’operazione fuori luogo.

«Se nei primi del Novecento tuffarsi era una consuetudine tollerata, era solo perché le attrazioni balneari scarseggiavano e la normativa non aveva ancora recepito i pericoli intrinseci della pratica. Oggi il mondo è cambiato, e le ordinanze che campeggiano all’ingresso del pontile non sono capricci burocratici, ma scudi necessari contro la tragedia. Se il Comune ne avesse intenzione – continua Genovali – sarebbe senz’altro meglio realizzare una struttura comprensoriale per la pratica sportiva del tuffo, non riaprire il pontile». In più «il fondale di oggi non è quello di 50 o 60 anni fa», ammonisce Genovali.

«La morfologia della costa è in continuo mutamento: le sabbie si spostano, le correnti scavano o accumulano, rendendo le profondità odierne estremamente esigue e, soprattutto, tragicamente imprevedibili». I pericoli specifici, sottolineati dall’esperto, formano un quadro inquietante: la profondità ridotta trasforma l’urto in uno schianto violento contro la sabbia; la dinamica dei tuffi consecutivi crea il rischio concreto che chi si lancia colpisca alla testa chi sta riemergendo dal tuffo precedente e il passaggio da un momento di divertimento a una disabilità totale è un’eventualità drammaticamente reale, come confermato dai fatti di cronaca, dall’incidente avvenuto al pontile nel 2020 fino al recentissimo caso di Jesolo.

Nel 2019, Genovali e la Sns, insieme al dottor Nicolini (responsabile del 118) e al Comune di Seravezza, organizzarono un corso specifico sui tuffi nei locali della Croce Rossa a Ripa. «Nonostante il rumore mediatico furono pochi i partecipanti, e ciò – spiega Genovali – evidenzia una discrepanza tra la voglia di protestare per un divieto e la reale volontà di educarsi al rischio. Questa scarsa consapevolezza – conclude Genovali – esplode in luoghi come “La Desiata”, dove i giovani continuano a lanciarsi da 5 o 6 metri di altezza in pozze d’acqua profonde appena un metro e mezzo, circondate da rocce sporgenti. E in queste sfide al destino c’è ben poco di ludico. La nostalgia non può essere una scusa per ignorare i rischi».

 

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