Forte dei Marmi, il patron del Bagno Piero: «La Versilia degli anni ’60 è finita, ecco cosa serve davvero». E indica due esempi
Roberto Santini interviene dopo la polemica sollevata dal ristoratore Di Bartola
FORTE DEI MARMI. Resistere sì, ma «senza cedere all’impulso verso l’immobilismo: i tempi sono cambiati ed è anacronistico pensare di mantenere tutto come in passato: la Forte dei Marmi e la Versilia degli anni ’60 si possono far rivivere con qualche bell’aneddoto o in qualche canzone del grande Gino Paoli, ma è una Versilia che è ormai morta e sepolta. E non si può resuscitare».
A parlare è Roberto Santini, patron del Bagno Piero che della Forte dei Marmi balneare rappresenta uno dei pilastri fondanti. Le sue sono parole che arrivano in scia alla polemica sollevata nei giorni scorsi dal ristoratore Filippo Di Bartola, che aveva puntato il dito contro il lusso, lo spreco e «il denaro ostentato: questa non è la Versilia – aveva detto il ristoratore – dobbiamo resistere o ci svuoteranno anche della nostra anima».
Un appello che lo stesso Santini fa suo, ma solo in parte. «Con me Di Bartola sfonda una porta aperta – racconta – sono anni che mi batto per difendere la vera essenza di Forte, ovvero quella di riuscire a offrire, anche per chi vive sempre sotto i riflettori, una vacanza all’insegna della semplicità e in una dimensione familiare. Molti anche in passato visitando il Bagno Piero pensavano di trovare lussi ed eccessi, e spesso si trovavano spaesati proprio per questo. Però bisogna anche stare al passo coi tempi, e non essere ciechi a ciò che sta accadendo intorno a noi».
Signor Santini, come si può trovare questo connubio tra tradizione e maggiore richiesta di lusso?
«Sarebbe intanto importante che le amministrazioni comunali decidessero che tipo di politica turistica vogliono fare, dando un indirizzo preciso e unitario in tutto il territorio di loro competenza. A Forte ad esempio in centro le grandi boutique hanno fatto fuori tutto, o quasi, l’artigianato locale. Non c’è un prodotto o un elemento che caratterizza a livello identitario e commerciale Forte. Per questo secondo me non si può poi pensare che la spiaggia resti una realtà a sé stante, dove ancora si mettono due sedie e un lettino pensando che ai turisti vada bene. Se si è avviato un percorso bisogna, pur con i dovuti tempi, portarlo avanti e innovarsi».
Sulle feste e sugli eventi in spiaggia, però, c’è stata una posizione ferma del Comune.
«Bisogna distinguere bene cosa accade a Forte: da un lato c’è un gruppo di “rivoluzionari”, per come li vedo io orientati un po’ allo sfruttamento intensivo del bene, che puntano a esaurire Forte dei Marmi in breve tempo e che vorrebbe tutto e subito. Dall’altra c’è una parte di balneari molto immobilista, in modo eccessivo. Servirebbe invece un approccio “riformista”: Forte dei Marmi è un prodotto eccellente che ha sempre funzionato nel tempo ma che va aggiornato, pur senza stravolgerlo».
Ci sono degli esempi di questo approccio?
«Ad esempio la gestione di Alessia Berlusconi del Bagno Alcione o quella di Michele Tacchella del Bagno Roberto: portano avanti idee innovative tenendo però l’ago della bussola puntato sulla tradizione balneare di Forte».
Con i rischi rappresentati dalle aste però molti balneari stanno vendendo, e i nuovi investitori (spesso esteri) hanno ben altro approccio al turismo. Lei è per resistere a questa “invasione” di grandi capitali?
«Bisogna proteggerci, ma ad oggi a chi ha venduto francamente non mi sento di dire che ha fatto male: non ci sono garanzie o premialità con la Bolkestein per chi ha lavorato bene in tutti questi anni. Purtroppo ci troveremo a competere con realtà e operazioni finanziarie che di economico non avranno nulla, società magari quotate in borsa a cui interesserà solo avere la propria vetrina in Versilia. Per me vendere sarebbe impensabile, voglio difendere ciò per cui ho lavorato e le 60 persone del territorio che ogni stagione collaborano con noi. Ma chi verrà vorrà solo il profitto. E se non si avvieranno fin da ora dei meccanismi per regolare il processo di cambiamento, l’idea di turismo che abbiamo sarà stravolta per sempre».
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