Lutto
Cinema, è morto Tinto Brass
Aveva 93 anni, è considerato il maestro del cinema erotico italiana: da “La chiave” a “Caligola”, una vita contro la censura
È morto Tinto Brass. Il regista, considerato il maestro del cinema erotico italiano, aveva 93 anni. È morto nella sua abitazione a Roma.
Tinto Brass, le origini e la laurea in legge
Giovanni “Tinto” Brass nasce a Milano il 26 marzo 1933 da una famiglia veneziana. Il padre Alessandro Brass è uno degli avvocati più affermati della città lagunare. Il futuro regista si laurea in legge all’Università di Ferrara con una tesi dal titolo “Rapporti di lavoro con imprese della produzione cinematografica”.
Gli esordi nel cinema e le battaglie contro la censura
Trasferitosi a Parigi con la moglie Carla Cipriani, detta Tinta, è stato archivista alla Cinémathèque Française, una delle più prestigiose e ricche raccolte del mondo, all’epoca diretta da Henri Langlois, inserendosi così nell’ambiente dell’emergente Nouvelle Vague. Tornato in Italia, Brass lavora come aiuto regista per Alberto Cavalcanti, Roberto Rossellini e Joris Ivens.
Esordisce alla regia con una vena anarcoide con il lungometraggio “In capo al mondo” (1963), riscuotendo l’attenzione della critica e un’entusiastica accoglienza alla Mostra del Cinema di Venezia. Film iconoclasta e irriverente, svelò la crisi di valori della generazione dell’antifascismo e della Resistenza, narrando i disagi di un giovane che stenta a integrarsi nella società.
Questa insofferenza verso il potere e le sue istituzioni non viene apprezzata dai censori dell’epoca, che gli impongono tagli. Per tutta risposta Brass cambia solo il titolo, “Chi lavora è perduto”, rendendo ancora più esplicito il messaggio politico e sociale. Fu questa la prima di una serie estenuante di battaglie che Brass ha dovuto affrontare contro la censura per affermare la propria visione anticonformista e libertaria.
I primi film, da “Il disco volante” a “L’urlo”
Nel 1964 dirige i due episodi “L’uccellino” e “L’automobile” del film collettivo “La mia signora”, firmato con Mauro Bolognini e Luigi Comencini e interpretato da Silvana Mangano e Alberto Sordi. Nello stesso anno e con gli stessi attori realizza la fiaba fantascientifica “Il disco volante”.
Successivamente, il suo straordinario estro nel montaggio, che curerà per tutti i suoi film donando alla sua opera un’unità espressiva da cinema d’autore, emerge nel documentario “Ça ira - Il fiume della rivolta” (1965), un inno alle illusioni rivoluzionarie del XX secolo.
Seguono numerose altre pellicole, come il western all’italiana “Yankee” (1966) e il giallo “Col cuore in gola” (1968). Tra queste spicca “L’urlo” (1968), un trasgressivo specchio poetico di un’epoca, di cui la censura impedisce la proiezione fino al 1972: una sorta di pamphlet utopistico che, raccontando la fuga dall’altare di una giovane contestatrice, interpretata da Tina Aumont, sublima le istanze libertarie dell’epoca.
Con “Nerosubianco” (1969) e “Drop-out” (1971) Brass mescola le principali tendenze della Swinging London, mentre in “La vacanza” (1971) esalta la follia degli emarginati dirigendo Vanessa Redgrave. Con le due epopee storico-erotiche “Salon Kitty” (1976) e “Caligola”, film realizzato nel 1979 e uscito nel 1984, non corrispondente all’iniziale progetto, Brass inaugura una nuova fase, orientandosi verso un erotismo morboso, di ispirazione colta, che con il tempo sarà premiato anche da un vasto successo di pubblico.
“Salon Kitty” e “Caligola”: sesso, potere e polemiche
Il sesso e il suo particolare rapporto con il potere e con il denaro diventano il tema centrale di “Salon Kitty”, film impregnato di atmosfere che ricordano quelle di Luchino Visconti e Liliana Cavani, ambientato in una casa di tolleranza di Berlino con protagonisti Helmut Berger e Ingrid Thulin.
Di nuovo sesso e potere sono al centro di “Caligola”, basato su una sceneggiatura dello scrittore statunitense Gore Vidal. Fu censurato e vietato in numerosi Paesi, Italia compresa, per le scene di nudo. Quando fu redistribuito con il titolo “Io, Caligola”, Brass decise di non firmare la regia a causa di alcuni problemi con la produzione, l’editore di “Penthouse” Bob Guccione, che lo aveva escluso dal montaggio.
Le riprese iniziarono nel 1976 e il set fu travagliato anche a causa delle numerose scene di sesso, con ripetuti diverbi con gli attori principali: Malcolm McDowell, nei panni dell’imperatore Caligola, Teresa Ann Savoy, interprete di Drusilla, e Peter O’Toole, nel ruolo di Tiberio. La propensione per il grottesco contraddistingue “Action” (1980), beffarda e autobiografica riflessione sul rapporto che lega arte e pornografia.
Il successo di “La chiave” e i film più famosi
Deciso ad abbandonare il cinema “serio”, o “serioso” come dice il regista, Tinto Brass firma numerose pellicole in cui spiega ed esplora i meandri dell’erotismo. La più famosa è “La chiave” (1983), libero adattamento di un romanzo di Tanizaki Junichiro.
Da “La chiave” in poi, il suo maggior successo, il regista si concentra sul percorso di liberazione sessuale di personaggi femminili sempre più disinibiti: dalla borghese insoddisfatta interpretata da Stefania Sandrelli in questo film alla locandiera divoratrice di uomini di Serena Grandi in “Miranda” (1985), fino alla prorompente amante di Francesca Dellera in “Capriccio” (1987), alla gioiosa prostituta di Debora Caprioglio in “Paprika” (1990) e alla vergine inquieta di Anna Ammirati in “Monella” (1998).
Un percorso che passa anche per “Così fan tutte” (1992), protagonista l’esordiente Claudia Koll, e “L’uomo che guarda” (1994), liberamente tratto da un romanzo di Alberto Moravia. Il regista, che compare spesso nei suoi film, si è ritratto con particolare ironia in “Fermo posta Tinto Brass” (1995).
Nel 1988 Brass si prende una breve pausa dal genere erotico dirigendo “Snack Bar Budapest”, tratto dall’omonimo romanzo di Marco Lodoli e Silvia Bre, con Giancarlo Giannini.
Gli ultimi film: da “Senso ’45” a “Monamour”
Tra le pellicole più recenti, nel 2002 Brass dirige Anna Galiena e Gabriel Garko in “Senso ’45”, liberamente ispirato al racconto “Senso” di Camillo Boito. Nel 2003 torna invece alla commedia erotica con il film a episodi “Fallo!”. Il suo ultimo film è “Monamour” (2005).
Il teatro e l’omaggio della Cinémathèque Française
Il regista ha diretto anche in teatro opere come “Pranzo di famiglia” di Roberto Lerici (1973), uno spettacolo ripreso per cinque volte, con la stessa regia, fino al 1986, anno in cui, invitato a New York, riscosse un successo di critica e di pubblico.
Nel 2006, anno della scomparsa dell’inseparabile moglie Tinta, con lui spesso sceneggiatrice, la Cinémathèque Française di Parigi ha dedicato a Tinto Brass un omaggio-retrospettiva dal titolo “Eloge de la chair”, “Elogio della carne”, con la proiezione nella prestigiosa sala dei Grands Boulevards parigini di dieci suoi film.
La produzione artistica del nonno, il pittore veneziano Ialico Brass (1870-1943), ha notevolmente influenzato le ricerche estetiche del regista.
La vita privata: Carla Cipriani, i figli e Caterina Varzi
Nel 2010 Tinto Brass viene colpito da un’emorragia cerebrale e ricoverato in ospedale, ristabilendosi nei mesi successivi con la riabilitazione.
Dal matrimonio con Carla Cipriani, celebrato nel 1956 a Venezia, sono nati due figli, Beatrice e Bonifacio. Di tre anni maggiore del marito, Tinta era la figlia di Giuseppe Cipriani, famoso ristoratore veneziano, fondatore e proprietario dell’Harry’s Bar.
Nel 2017, a 84 anni, il regista ha sposato in seconde nozze la psicoanalista, ex avvocata e attrice Caterina Varzi.
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