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Se coltivate o consumate olio toscano nel 2026 dovete conoscere queste informazioni

di Manolo Morandini

	La situazione dell'olio in Toscana 
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La situazione dell'olio in Toscana 

Il caldo degli ultimi mesi ha accelerato la maturazione e anticipato le operazioni nei campi. In Toscana il comparto conta oltre 36mila aziende, 400 frantoi e un giro d’affari legato all’export che vale circa 650 milioni di euro

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Sarà un buon raccolto. Salvo sorprese, la tendenza ha il segno più per quantità. E ci sono le premesse anche per la qualità. La campagna dell’olio extravergine toscano è alle prime battute. Ceste, reti tese, scuotitori. Sono già in molti ad aver iniziato la raccolta delle olive. Dopo un’estate segnata dal caldo intenso, che negli oliveti ha favorito la maturazione regolare dei frutti e ha tenuto lontano la mosca olearia, la raccolta è iniziata in anticipo. «Le olive ci sono, sono tante, belle e sane, resta come ogni anno l’incognita della resa che scopriremo solo in frantoio», afferma la presidente di Coldiretti Toscana, Letizia Cesani.

Un settore da 74mila ettari

Numeri ancora da scrivere per un settore che interessa più di 74mila ettari, oltre 15 milioni di piante e ben 80 varietà di olivo autoctone, tra cui le più diffuse sono: Frantoio, Moraiolo e Leccino. Di sicuro, c’è un punto di partenza. «In Toscana non abbiamo un problema di giacenze», sottolinea la presidente Coldiretti Toscana. Ed è il segno di una produzione a cui i mercati guardano con interesse crescente. Le esportazioni di olio extravergine rappresentano un quarto del valore dei prodotti agricoli e agroalimentari che la Toscana esporta nel mondo con un fatturato che in media si attesta sui 650 milioni di euro. Secondo l’ultimo aggiornamento dell’Area Studi Mediobanca sull’industria olearia, la regione rappresenta l’8,3% della produzione nazionale, dietro a Puglia (45,1%), Sicilia (10,7%) e Calabria (10,3%), ma davanti al Lazio (6,8%).

Prezzi e denominazioni

Sul fronte dei prezzi, l’extravergine italiano continua a collocarsi sopra i principali competitor europei e mediterranei. A dicembre 2025 il prezzo medio era di 7,58 euro al chilo, contro i 5,05 euro della Grecia, i 4,54 euro della Spagna e i 3,68 euro della Tunisia. Un differenziale che incide sulla competitività, ma che riflette anche il posizionamento qualitativo del prodotto italiano. La Toscana è una delle tre regioni in cui si concentra l’86,6% del valore nazionale delle produzioni Dop e Igp insieme a Puglia e Sicilia. Sono cinque le Dop e Igp degli oli extravergini di oliva, registrate dall’Unione europea, che si riferiscono a zone di produzione comprese nel territorio regionale: Toscano Igp, Chianti Classico Dop, Terre di Siena Dop, Lucca Dop e Seggiano Dop. È ancora presto per dare un valore alla produzione toscana. Stando a quanto rilevato da Ismea la quotazione sulla piazza di Siena di olio Igp il 28 settembre si è attestata a 12 euro al chilo franco azienda, ovvero al netto delle spese di trasporto e consegna, mentre su Firenze alla stessa data si sono toccati i 16 euro al chilo per il Dop Chianti Classico.

La sfida delle piccole aziende

C’è una sfida nella sfida ed è quella della dimensione. Sono oltre 36mila le aziende che coltivano olivi, ma il 43 per cento ha una superficie inferiore all’ettaro, il 60 per cento inferiore a due ettari. Un patrimonio che si traduce in valore economico, culturale e paesaggistico. Una fotografia che restituisce come la coltivazione dell’olivo rivesta una grande importanza in Toscana anche per le sue funzioni di presidio del territorio e della biodiversità. Realtà a cui corrispondono circa 400 frantoi attivi e numerose imprese di confezionamento dell’olio d’oliva.

Il clima cambia i tempi della raccolta

Se c’è un indicatore che va oltre la campagna olearia appena iniziata è il meteo. Dà la misura della profonda trasformazione che ha di fronte il settore. Le temperature elevate registrate negli ultimi mesi hanno determinato un anticipo significativo dei tempi di maturazione delle olive, molte zone sono già pronte per la raccolta e la molitura da un paio di settimane. È il segnale chiarissimo di come il cambiamento climatico sta modificando i ritmi tradizionali dell’olivicoltura. Settore in cui c’è da mettere a sistema il recupero di oliveti che nel tempo sono stati abbandonati come il rinnovo degli impianti. Ci sono i temi dell’aumento della meccanizzazione nella gestione degli oliveti e di una migliore efficienza nella raccolta, per contenere i costi di produzione. Si tratta di valutare anche, dove dal punto di vista agronomico e paesaggistico è sostenibile lo sviluppo di impianti intensivi e semi-intensivi. Ed è una sfida tutt’altro che scontata, che si accompagna alla percezione dell’olivo come elemento del paesaggio.

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