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Sanità: la storia

Salvato a Cisanello con un intervento al cuore unico al mondo: «Mi avevano dato un mese di vita, ora sto bene»

di Elisabetta Giorgi

	Antonio Santorelli con il figlio Lorenzo dopo l’intervento all’ospedale di Pisa
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Antonio Santorelli con il figlio Lorenzo dopo l’intervento all’ospedale di Pisa

Antonio Santorelli, 72 anni, di Grosseto, è stato operato a Pisa dal professor Andrea Colli per la sostituzione di una bioprotesi valvolare mitralica degenerata: «Ero un malato terminale, mi hanno detto che per sopravvivere dovevo sottopormi a un'operazione mai fatta prima e ho accettato, non avevo altra scelta»

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GROSSETO. «Il chirurgo mi disse che ero un malato terminale di cuore, che avrei avuto un mese o due di vita. Che l’unica strada per sopravvivere era tentare un’operazione al cuore che nessuno aveva mai fatto prima, anche con il rischio di non risvegliarmi più dall’intervento. Come la presi? Serenamente, ho avuto una vita bellissima. D’altro canto non avevo altra scelta: sarei morto. Così ho accettato di operarmi. E oggi sto bene».

Antonio Santorelli, 72 anni, ex dipendente di banca in pensione dal 2017, vive a Grosseto con la moglie Maria Rosaria Pepino. Il figlio Lorenzo è giornalista inviato del Tg1. All’ospedale Cisanello di Pisa a gennaio scorso Santorelli è stato sottoposto a un intervento cardiochirurgico delicatissimo e unico al mondo dal professor Andrea Colli e dalla sua équipe per la sostituzione di una bioprotesi valvolare mitralica degenerata, senza apertura del torace e con incisioni minime.

Santorelli, prima di tutto come sta?

«Sto bene. Sono passati 9 mesi dall’operazione a Pisa. Prendo 15 pillole al giorno e mi sottopongo a controlli periodici, ma conduco una vita più che normale. Sono stato sottoposto a intervento a gennaio».

Ci può raccontare la storia della sua malattia?

«Tutto è iniziato 14 anni fa, all’improvviso. Ebbi un infarto il 7 agosto 2012, non avevo mai sofferto di cuore. Mi salvarono la vita all’Utic dell’ospedale Misericordia di Grosseto e fui poi trasferito alle Scotte di Siena dove il 10 agosto fui operato d’urgenza dal professor Mario Chiavarelli, allora primario, e dalla sua équipe, con la sostituzione della valvola mitralica e l’inserimento di 4 bypass coronarici».

E poi?

«Iniziò da lì in poi una lunga convalescenza che durò 2-3 anni. Ripresi con la mia famiglia una vita più o meno normale per 13 anni. Qualche viaggetto in Italia, il lavoro in banca. Finché la situazione è cambiata. A novembre scorso ho cominciato ad accusare di nuovo disturbi. Stanchezza, affanno, mancamenti. Tutto nell’arco di un mese. Da metà novembre a metà dicembre la situazione è precipitata. Prima di quel periodo facevo controlli al cuore regolari, ero stato visitato a settembre dal mio cardiologo Alberto Cresti ed era tutto a posto, ma i problemi erano dietro l’angolo. In ospedale a Grosseto, a Cardiologia, sono stato seguito benissimo ma purtroppo la valvola mitralica aveva ripreso a non funzionare bene. Avevo un edema polmonare. Insomma la situazione si stava complicando e da metà novembre è precipitata. Sono stato ricoverato all’ospedale di Grosseto per un mese da dicembre a gennaio e sottoposto a tutti i controlli. I medici grossetani mi hanno stabilizzato e salvato la vita. A gestire il tutto è stata la dottoressa Incoronata D’Aiello, che intanto ha preso contatti con la Cardiochirurgia di Pisa (a Grosseto il reparto di Cardiochirurgia non c’è, ndr). La strada decisa è stata quella di tentare un intervento a Cisanello per sostituire la bioprotesi valvolare mitralica degenerata. La mia famiglia e io abbiamo accettato, quindi sono stato trasferito a Pisa e operato il 16 gennaio scorso dal professor Andrea Colli e dalla sua équipe».

A Pisa cosa le è stato detto? Come le è stato prospettato un intervento così delicato?

«Il professor Colli ha spiegato a me e alla mia famiglia le cose esattamente come stavano. In maniera delicata e umana ma anche con estrema chiarezza, mi ha detto che stava pensando di sottopormi a un intervento mai fatto prima, che ero un malato cardiaco terminale; che se io non mi fossi sottoposto a questa operazione, tempo 20 giorni o un mese sarei morto. Che potevo anche non svegliarmi dall’intervento. Non c’era nessuna casistica sulla probabilità di vivere o morire, essendo il primo intervento di questo tipo».

Come ha preso queste parole?

«Con serenità. Io ho trascorso una vita bellissima con la mia famiglia, con il mio lavoro e i miei passatempi. Tra l’altro gioco a scacchi per corrispondenza (una variante del gioco tradizionale, in cui i giocatori si sfidano a distanza, ndr). Partecipo a tornei internazionali. Mi mancava solo una partita per diventare maestro internazionale (sorride, ndr). Così per stemperare il clima, quando sono entrato in sala operatoria mi sono seduto sul letto, ho richiamato l’attenzione dei circa 30 medici presenti e ho detto: “Sentite. Io gioco a scacchi per corrispondenza. Per favore, fatemi vivere almeno un altro anno. Mi manca solo una partita per diventare maestro”. Sul momento hanno sorriso, poi sono tornati seri. L’intervento è iniziato».

Ed è andato bene.

«Sì, molto bene; 14 anni fa a Siena ero già stato sottoposto a un primo intervento per sostituire la valvola mitralica. In quel caso l’operazione era stata a cuore aperto ed era durata 9 ore. Invece stavolta mi sono state praticate piccole incisioni e tutto è durato 3 ore».

Il risveglio com’è stato?

«Molto buono. Quando è passato mio figlio Lorenzo in ospedale la sera stessa, ero già semicosciente. Il giorno dopo ero seduto sul letto. Ho chiesto un ghiacciolo, volevo un gelato perché avevo arsura alla bocca. Ho ripreso a chiacchierare con tutti: passavano a trovarmi molti dei 30 medici che avevano lavorato all’intervento, quelli dei due reparti di Cardiochirurgia e di Emodinamica. Venivano a salutarmi, ero un caso mondiale».

Cosa prova a essere stato protagonista di un intervento così delicato?

«Gioia. So che il mio caso è già al centro di pubblicazioni scientifiche e in parte penso di essermelo meritato. I medici mi hanno detto che l’approccio che ho avuto, dal punto di vista caratteriale, è stato importante: positivo. Ho sempre visto il bicchiere mezzo pieno e questo mi ha dato la motivazione giusta, la voglia e la gioia di vivere. Se un domani qualcun altro potrà beneficiare di questa mia esperienza ne sarò felice. E ora vorrei ringraziare qualcuno».

Chi?

«I due reparti dell’ospedale Cisanello di Pisa: Cardiochirurgia ed Emodinamica, con tutto il personale che ha lavorato per me. E i due reparti del Misericordia di Grosseto: il reparto di Cardiologia e di Emodinamica. Grazie al dottor Colli di Pisa, alla dottoressa D’Aiello e al dottor Cresti di Grosseto. Devo moltissimo a loro. Tra l’altro, dopo essere stato dimesso da Pisa sono stato di nuovo ricoverato a Grosseto. Nessuno avrebbe scommesso di rivedermi: mi hanno coccolato, fatto ritrovare lo stesso letto e accolto con un cartello. “Bentornato Antonio”».

E ci dica: quell’ultima partita a scacchi poi c’è stata?

«Sì. Sono diventato maestro internazionale pochi giorni dopo l’intervento a Pisa. L’ultima partita l’ho giocata sul mio tablet, in ospedale. Ce l’ho fatta». 




 

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