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Fulgencio Obiang Esono, otto anni in carcere fra torture e incubi: «Ora inizia la mia seconda vita»

di Danilo Renzullo

	L'abbraccio di Fulgencio a Roma
L'abbraccio di Fulgencio a Roma

Il 56enne pisano torna in Italia dalla propria famiglia dopo la prigione in Guinea Equatoriale per l’accusa di terrorismo

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Inviato a Roma. «Sono stato sequestrato, processato, condannato. Ma sono stato anche torturato. Fisicamente e psicologicamente. Mi hanno perforato il dito con un attrezzo metallico, mi hanno appeso con una corda al tetto della cella, facendomi rimanere in quella posizione per parecchie ore, mi hanno picchiato con un arnese di ferro, colpendomi ripetutamente la pianta dei piedi fino a quando non si sono gonfiate impedendomi così di camminare e di stare in piedi».

Occhi carichi di lacrime. Di gioia e di dolore. Le mani tremanti, lo sguardo a tratti perso nel vuoto davanti a quel mondo che dopo otto anni di prigionia stenta a ricordare. Il sequestro, il processo. E poi le accuse, le torture e le sofferenze. Una sorta di déjà-vu del dolore. In un piccolo trolley pochi ricambi e qualche oggetto personale. Almeno quelli che gli sono stati riconsegnati. «Il cellulare lo hanno trattenuto», dice. Per Fulgencio Obiang Esono, 56 anni, l’incubo è terminato ieri mattina, giovedì 3 settembre, quando un aereo della Lufthansa ha accarezzato l’asfalto bollente della pista di Fiumicino.

Lì, l’inizio della seconda vita dell’ingegnere pisano di origini equatoguineane sequestrato nel settembre 2018 in Togo - dove era stato invitato ad una riunione politica con l’ex presidente del Ciad, poi rilevatasi una “trappola” - e trasferito in Guinea Equatoriale, dove dopo quasi un anno di detenzione nel carcere di Black Beach - ritenuta la prigione più disumana al mondo - è stato processato con altre 130 persone e condannato dai giudici del tribunale di Bata a 58 anni e 10 mesi di reclusione con l’accusa di tradimento e di presunti crimini contro il Capo dello Stato. Obiang Esono, cittadino italiano, laureato in Ingegneria civile all’Università di Pisa e residente nella città della Torre pendente dal 1988, è accusato di aver partecipato all’organizzazione di un presunto colpo di Stato nel 2017 per rovesciare il potere che il presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo detiene da 47 anni.

«Otto anni in carcere, un tempo lunghissimo per un’accusa mai dimostrata e, soprattutto, inesistente», aggiunge Obiang Esono, tra i fondatori ed ex segretario dell’Unità migranti in Italia, accolto in aeroporto dai familiari e dall’avvocata Francesca Carnicelli, legale del 56enne.

«Sono stato accusato dell’organizzazione e della partecipazione ad un colpo di Stato che non c’è mai stato. In prigione mi hanno torturato, almeno due volte: volevano informazioni, volevano sapere chi erano tutti gli altri detenuti presenti nel carcere con le stesse mie accuse. Persone che non avevo mai visto – aggiunge –. In Tribunale hanno montato un impianto accusatorio totalmente falso sulla base del quale sono stato poi condannato. Nel carcere di Mongomo, dove ho trascorso sette anni, la condizione è migliorata, ma le torture, soprattutto psicologiche, sono continuate».

Poi la svolta, a seguito della lunga azione diplomatica italiana: la firma della grazia, avvenuta lo scorso 24 agosto, in occasione del 47° anniversario del “Golpe de libertad” che nel 1979 ha portato al potere Obiang Nguema Mbasogo. «Martedì una guardia mi ha ordinato di lavarmi e di indossare vestiti puliti. Poi mi ha portato dal direttore del carcere che mi ha comunicato la firma della grazia». Poche ore dopo il trasferimento in Camerun, dove ha sede l’ambasciata italiana. Ieri il ritorno in Italia e l’inizio della seconda vita. 


 

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