La morte di Igor Protti, il goleador che con l'esempio ha regalato assist alle nostre vite
Dall'etica del lavoro per migliorare fino a conquisatre il titolo di capocannoniere in Serie A, al valore della promessa: «Tornerò a Livorno e vi porterò in Serie B». Fino agli appelli alla prevenzione e al non sprecare il proprio tempo
Igor Protti era nato per segnare, ma ora che se n’è andato, ci lascia una cosa più preziosa dei gol: i suoi assist. Lanci lunghi e tocchi deliziosi arrivati tra i piedi delle nostre esistenze grazie alle sue esperienze. Lo ha fatto con l’esempio e non con i pipponi. Anche perché, fuori dal campo, parlava poco e mai a sproposito. Ci ha dimostrato, senza avere un fisico da ultra atleta, che col lavoro e l’impegno si può arrivare lontano, perfino vincere la classifica di capocannoniere in Serie A giocando in una squadra che retrocede. «Quando nelle giovanili del Rimini allenava Sacchi – raccontava – diceva che al massimo sarei arrivato in Serie C. E allora aveva ragione».
In un calcio di mercenari che giocano per l’ingaggio, è stato bandiera del football di periferia: idolatrato dalle curve e rispettato dagli avversari. Ci ha ricordato, in un tempo di quaquaraquà, che le promesse si fanno e si mantengono. «Tornerò e vi porterò in Serie B», disse lasciando Livorno quando aveva ancora le spalle strette. Ha fatto molto di più.
E ha continuato a farlo quando ha deciso di smettere: con la maglia amaranto, allo stadio Picchi, contro la Juve di Cannavaro e Del Piero. Perché anche uscendo di scena si può essere banali o signori. Ha fatto lo stesso quando ha scoperto la malattia e ci ha messo davanti alla porta delle nostre responsabilità. «Controllatevi al primo sintomo, la prevenzione è determinante».
E infine l’ultima rovesciata, il passaggio più bello, accompagnare la figlia all’altare: «Non sprecate il tempo», il messaggio. Grazie degli assist Igor, ora tocca a noi provare a fare gol.
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