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Garlasco, Marco Poggi rompe il silenzio: «Rovinata l’immagine di Chiara»


	Marco Poggi (fratello di Chiara) durante l’intervista rilasciata a “Quarto grado"
Marco Poggi (fratello di Chiara) durante l’intervista rilasciata a “Quarto grado"

Il fratello della 26enne assassinata nell’agosto 2007 ha accettato di parlare davanti alle telecamere di “Quarto Grado”: «Ferito da così tanto fango»

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«Essere accusato di essere l’autore è una cosa che difficilmente mi andrà via». È una delle tante dichiarazioni rilasciate da Marco Poggi in un’intervista esclusiva a Quarto Grado, andata in onda ieri sera su Rete 4. A 19 anni dal delitto della sorella, Chiara Poggi – uccisa il 13 agosto del 2007 nella villetta di via Pascoli a Garlasco - Marco ha scelto di rompere il silenzio per rispondere a coloro che hanno puntato il dito, anche, su di lui e per chiarire le dinamiche della storica amicizia con Andrea Sempio, unico indagato per la morte di Chiara nell’inchiesta bis sul delitto di Garlasco. «Basta con il fango contro di me, le indagini sono finite», ha affermato Marco Poggi.

Di seguito, la parte principale dell’intervista esclusiva di Marco Poggi a “Quarto Grado”, condotto da Gianluigi Nuzzi con Alessandra Viero.

Perché rompi il silenzio dopo 19 anni?

«Io non ho mai sopportato e forse neanche accettato tutta questa esposizione mediatica di quello che purtroppo è successo a Chiara. Da quest’ultimo anno, da questa riapertura, la mia figura è stata molto più coinvolta ed è stata un po’ più chiacchierata».

Qual è l’accusa che ti ha ferito di più?

«Ovviamente essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, essere accusato addirittura di essere un autore è la cosa che difficilmente mi andrà più via. Ho imparato a conviverci».

C’è qualcosa di vero sull’ultima versione emersa da alcuni audio che vorrebbero te, Andrea Sempio e Stefania Cappa coinvolti in un giro di droga che Chiara avrebbe scoperto?

«Sì, ho sentito anche questa cosa, ma si è detto di tutto in quest’anno, si è fatta qualsiasi ricostruzione».

Hai mai avuto problemi di droga? Consumo di cocaina?

«No, non l’ho neanche mai provata, per cui siamo nella fantasia che più fantasia non può essere».

Chi ti accusa sicuramente ti sta guardando. C’è qualcosa che vuoi dire?

«Arrivare a una fine un po’ di tutto. Adesso le indagini sono finite, penso che tutto il fango che abbiamo subìto non ci scivolerà mai addosso. Però credo che ora si possa interrompere».

Cosa intendi per “basta”? Stoppare un’eventuale inchiesta?

«Assolutamente no. Questa deve andare avanti, è giusto che vada avanti, è giusto che ci siano i processi e che la stampa faccia cronaca e riporti come andranno le indagini. Non è giusto tutto il resto e quello spero possa finire».

Avete scoperto di essere stati intercettati a indagini chiuse. Come avete reagito?

«Siamo rimasti un po’ dispiaciuti. Posso capire le intercettazioni nel mio caso, avrei trovato più strano il contrario. Dispiace che fossero coinvolti i miei, a loro si potevano evitare. In generale, di questa indagine, ci ha amareggiato essere tenuti sempre da parte, quasi come se non esistessimo. Anche il prelievo del dna di nascosto, dalla spazzatura o con modalità strane come nel mio caso, non è una cosa che ti fa piacere, perché la morte di Chiara è qualcosa di nostro. Capiamo le questioni dell’indagine, ma essere tenuti così in disparte ci ha amareggiato».

Siete stati fortemente criticati, come se non accettaste l’ipotesi alternativa che Andrea Sempio possa essere l’assassino di Chiara. Da che cosa nasce questo convincimento che sia invece Alberto Stasi il colpevole? Come se non voleste cambiare idea.

«No, non è non voler cambiare idea. Il convincimento nasce dall’aver seguito un po’tutti i processi e le discussioni in aula».

Eri a tutte le udienze?

«Sì, credo di averne forse saltata solo una. Tutte le prove, anche quelle nuove, che sono state discusse nei vari procedimenti, le perizie in contraddittorio e le sentenze che sono state emesse, ci hanno convinto in maniera definitiva. All’inizio del 2007 non credevamo nella colpevolezza di Alberto Stasi. L’abbiamo difeso veramente tanto e anche quando era stato incarcerato, personalmente ero convinto che fosse innocente, convinto che stavano sbagliando. Quando è uscita la notizia della scarcerazione ero contento perché ero convinto che non c’entrasse nulla. Era proprio l’ultima persona che volevamo potesse essere stato, perché Chiara, in quel periodo lì, aveva lui come persona più vicina e che le dava più affetto. Leggendo le motivazioni della scarcerazione ho iniziato a chiedermi il perché di così tante bugie, di così tante cose che non tornano. C’erano dei passaggi sulla spiegazione del dna di Chiara che fu trovato sui pedali che mi avevano lasciato un po’stranito».

Gli elementi che ti sono stati esposti non ti hanno convinto? Per questo non cambiate idea? Non ci sono delle prove nei confronti di Andrea Sempio?

«Non mi hanno convinto. Ho letto un po’anche le varie memorie e le informative, non ho cambiato la mia idea. Ovviamente, vedremo. Non ci siamo mai nascosti, siamo convinti che Alberto Stasi è colpevole, e convinti che le ultime sentenze a cui siamo arrivati nei processi siano la verità».

Avete mai ricevuto una lettera o una richiesta di aiuto privata da Alberto Stasi, che sta facendo la sua battaglia assolutamente legittima per dimostrare l’innocenza?

«No, non abbiamo mai avuto nessun contatto con lui, non ci ha mai scritto».

E questo come te lo sei spiegato? Ti sei fatto delle domande?

«Me le sono fatte, ma tengo per me quello che posso aver pensato e pensare. Perché in questo momento i toni sono talmente alti, le tifoserie talmente schierate e le opinioni così polarizzate che non voglio alimentarle. Vorrei che i toni si abbassassero un po’».

Secondo la Procura di Pavia, Chiara è stata molestata telefonicamente da Andrea Sempio. Per il rapporto che avevate pensi che ti avrebbe mai cercato per parlartene?

«Penso proprio di sì, nel momento in cui è coinvolto un mio amico non vedo perché non abbia dovuto chiamarmi per dirmi: “Guarda, questo mi sta veramente dando fastidio, è un problema per me, prova a sentirlo tu”. Questo me lo sarei aspettato, come mi sarei aspettato che l’avesse detto a qualcuno delle persone che vedeva in quei giorni lì, come Alberto Stasi o mia cugina. Se veramente qualcuno l’avesse importunata, qualcun altro avrebbe dovuto saperlo».

Ti ricordi se in casa tua ci sono ma stati contemporaneamente Andrea Sempio e Chiara?

«No, onestamente non ho questo ricordo che si siano incrociati».

Andrea Sempio può essere stato da solo nella stanza di Chiara?

«Non posso escludere che io alcune volte sia andato in bagno, sia andato a prendere da bere o a far uscire il gatto e quindi lo abbia lasciato lì pochi minuti».

Perché frequentavate la stanza di Chiara?

«Per giocare ai videogiochi sul computer. Era un computer di famiglia, non era solo di Chiara, tutti usavamo quello».

Hai mai visto i presunti video intimi di tua sorella?

«No, non li ho mai visti. Sapevo solo della loro presunta esistenza da una chat su Msn che avevo letto anni prima, ma non li ho mai visti e non ho mai detto questa cosa né ai miei amici né ad altre persone».

Argomenti di interesse per gli investigatori, quando ti hanno sentito nelle tre volte in cui sei stato convocato in quest’ultimo anno e mezzo, sono stati i soliloqui di Andrea Sempio, ma anche la famosa impronta 33. Un’impronta per gli inquirenti riconducibile a Sempio, che si trova sul muro della scala che conduce alla cantina dove è stata trovata Chiara.

«In quest’ultimo interrogatorio mi hanno chiesto di descrivere, oltre ai luoghi principali in cui passavamo il tempo, che erano il salottino, la tv e camera di Chiara, quali erano le altre stanze che i miei amici potessero aver visto o in cui potessero essere passati. E tra queste, mi hanno chiesto anche della cantina. E sì, ho un po’il ricordo che con gli amici siamo scesi alcune volte».

Perché scendevate? Quale poteva essere il motivo?

«La cantina era una sorta di magazzino e lì c’erano console vecchie, riviste di videogiochi e altre cose. Ho questo ricordo che è capitato che siamo scesi. Non so veramente dire chi c’era o chi no, perché è passato talmente tanto tempo che non lo so».

Quando hai parlato dei luoghi, ti era già stata mostrata l’impronta?

«No, mi è stata mostrata dopo».

Quindi tu spontaneamente parli per la prima volta, nel 2025, del fatto che frequentavi anche la scala e la cantina, prima di sapere che lì ci poteva essere un’impronta interessante per gli inquirenti?

«Sì, è la prima volta che mi chiedono di descrivere anche tutte le altre stanze o parti della casa in cui, magari, i miei amici possono essere stati anche solo di passaggio».

Dell’esistenza dell’impronta 33 sapevi già qualcosa?

«No, non avevo onestamente collegato o dato importanza».

Hai mai forzato la mano su un ricordo che possa scagionare Sempio?

«Assolutamente no. Mi hanno fatto prima la domanda sulle stanze e poi mi hanno mostrato questa ormai famosa impronta 33».

Quando l’hai vista, cosa hai pensato? Cosa ti hanno mostrato? Una fotografia, un video?

«Mi hanno mostrato una foto. Quella famosa foto che poi è uscita anche sui media lo stesso giorno».

E nel fartela vedere ti hanno detto che poteva essere o che era di Andrea Sempio?

«Che era di Andrea Sempio. Me l’hanno fatta vedere che era rossa e ricordo di essere uscito da quell’interrogatorio che pensavo fosse sangue. Ovviamente è stato un po’uno shock per come me l’hanno presentata e per il fatto che la reputavano di Andrea Sempio. Non ho più capito se mi avevano detto che era sangue o no. L’ho elaborato meglio dopo, quando sono tornato a casa».

Hai capito dopo che il rosso era il reagente della ninidrina. Un’impronta insanguinata sulla scala cambierebbe lo scenario?

«Sì».


 

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