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L’intervista

Romano Prodi: «La democrazia è in crisi e l’Europa conta poco o nulla»

di Francesco Paletti

	Romano Prodi
Romano Prodi

L’ex premier: «La minaccia maggiore è rappresentata dai partiti identitari mentre l’Ue da tempo non è più in grado di giocare un ruolo internazionale»

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PONTEDERA. «La democrazia è in crisi e in pericolo come non lo è stata mai dalla fine della Seconda guerra mondiale. La minaccia maggiore è costituita dai partiti identitari che stanno crescendo ovunque in Occidente». Parte da qui l’ex premier e già presidente della Commissione europea Romano Prodi, 86 anni, ma ancora testa pensante e riferimento italiano e globale del cattolicesimo democratico.

«La crisi della democrazia è la mia preoccupazione più grande», ribadisce più volte durante l’intervista a margine dell’incontro pubblico di venerdì sera – 29 maggio – a Pontedera (Pisa) organizzato dalle Acli provinciali di Pisa e Lucca e dal Tavolo della Pace della Valdera. «Quest’idea sempre più diffusa che la democrazia si possa ampliare con gli eserciti, ammesso che qualcuno vi creda realmente, è folle – ha continuato –: per farla crescere e rafforzarla servono la partecipazione, il favore popolare e il consenso dei parlamenti».

In tal senso i partiti identitari sono una minaccia?

«Per forza. Se crescono le forze politiche che hanno come obiettivo l’affermazione delle identità nazionali, e a volte anche etniche, e non la comunità nel suo insieme, andiamo davvero poco lontani ed è quello che sta accadendo. Anche in Europa che pure nasce come una unione di minoranze e, proprio grazie ad essa, ha potuto crescere e svilupparsi».

Adesso è in crisi?

«L’Europa è stata e rimane una straordinaria esperienza di pace. Da quando è nata non c’è più stato un conflitto al suo interno e stiamo parlando di Stati che fino a poco prima si erano massacrati. Ha anche portato sviluppo economico e solidarietà. Il problema enorme è che, ormai da tempo, non è più in grado di giocare alcun ruolo a livello internazionale. Ai suoi confini ci sono guerre sanguinose, che la minacciano e ormai si protraggono da anni, ma non c’è stata mai una proposta di mediazione di matrice europea: non sull’Ucraina, ma nemmeno su Gaza e sull’Iran. Però i singoli Stati che la compongono investono risorse enormi sul riarmo e gli eserciti».

Che ne pensa?

«Stanno buttando via montagne di soldi e in prospettiva rischiano anche di creare situazioni complesse da gestire, per usare un eufemismo».

A cosa si riferisce?

«Le grandi potenze militari europee sono sempre state Regno Unito e Francia, mentre la Germania ha sempre avuto un ruolo marginale. Ma, dopo la Brexit, Londra è fuori dall’Ue, mentre Berlino ha varato un piano militare potentissimo, stanziando per il riarmo risorse pari a due volte mezzo quelle del governo francese».

Quindi?

«Oggi la Francia è la prima potenza militare europea: ha l’arma atomica e anche il diritto di veto nel Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite. Ma fra cinque anni sarà ancora così? Alla Germania andrà ancora bene? Credo che avere qualche dubbio sia più che legittimo».

L’esercito europeo sarebbe una soluzione?

«A mio avviso sì e lo sostengo da tempo. Più in generale direi che sarebbe necessaria una politica di difesa europea che possa contare anche su proprie forze armate. Sono convinto, infatti, che sia necessario anche pensare ad aumentare l’impegno in tal senso. Il problema è che andrebbe fatto a livello di Unione Europea e non dei singoli Stati».

Perché non lo si fa?

«Per molteplici motivi. Però il più importante è il meccanismo con cui l’Unione Europea prende le decisioni nelle materie principali, incluse politica estera e difesa: il vincolo dell’unanimità fra 27 Stati quasi sempre significa semplicemente evitare di prendere decisioni e questo è uno dei motivi preminenti, anche se non l’unico, per cui l’Ue si sta “autocondannando” all’irrilevanza nelle politiche internazionali. Però era già tutto chiaro 25 anni fa, quando ero presidente della Commissione europea e lavoravamo all’allargamento ad est dell’Unione».

Perché non si è fatto nulla allora?

«Questo non lo so. Nel 2004 ho lasciato il mio ruolo di presidente. Posso dirle, però, che sul tavolo c’erano delle proposte molto concrete».

Ad esempio?

«Sulle materie più importanti la proposta era di prendere le decisioni a maggioranza qualificata di almeno nove Stati e 60 milioni di cittadini residenti nell’Unione. Per qualcuno era poco e si sarebbe anche potuta alzare un po’ l’asticella. Il punto, però, non è tanto che quella proposta è rimasta lettera morta, ma che, dopo, non ne sono state formulate altre che potessero consentire di rimuovere il vincolo dell’unanimità. Probabilmente ha inciso anche il vento antieuropeista che ha cominciato a soffiare in tanti Paesi dell’Ue, incluso il nostro».

Anche l’Italia non è più europeista?

«Mi pare proprio di no. Bastava ascoltare la presidente del Consiglio qualche giorno fa all’assemblea di Confindustria, quando ha attribuito all’Europa praticamente tutti i problemi del Paese: mi sembra che l’Ue, ormai, faccia comodo soprattutto come capro espiatorio».

Che giudizio dà della politica estera del governo Meloni?

«Mi pare a dir poco ambigua: Giorgia Meloni è stata trumpiana spinta fino a pochi mesi. Poi pure lei è finita al centro delle ire del presidente statunitense e adesso mi sembra che abbia una posizione piuttosto equivoca e ondivaga su tantissimi temi. E anche questo è un grave problema per l’Europa».

Perché?

«Vero che Francia e Regno Unito sono state le forze trainanti dell’Ue, ma nelle decisioni importanti Italia e Spagna sono state sempre indispensabili. Oggi sembra che non ci crediamo più neppure noi».

Trump è un problema?

«Altroché. È destabilizzante, anche perché è alla guida di quella che è la principale potenza mondiale insieme alla Cina. Sta sconvolgendo tutti i rapporti politici ed economici e il problema è che si capisce poco dove voglia andare. Anche se alcune cose sono chiare e non sono buone per la democrazia».

Ad esempio quali?

«Dagli Stati Uniti e da Israele sono arrivati i colpi più duri al diritto internazionale e a ogni proposito di soluzione multilaterale delle tensioni e dei conflitti. Semplicemente non lo vogliono. La conseguenza è il prevalere sempre più sfacciato della forza e dell’arroganza sul diritto. Attenzione, Trump lo dice anche in modo esplicito, si pensi soltanto al cambio della denominazione del Dipartimento della Difesa dato che dal settembre di un anno fa si chiama Dipartimento della Guerra. Ma, con dichiarazioni meno roboanti, anche Cina e Russia stanno seguendo la stessa logica».

Non è possibile porre un freno a questa deriva?

«Torniamo sempre lì: lo sarebbe se l’Ue ma anche le Nazioni Unite fossero messe nelle condizioni di giocare un ruolo di mediazione. Ma tutte e due, oggi, contano poco o nulla. Se non c’è un arbitro, i pugili finiscono semplicemente per picchiarsi senza alcuna regola».

Gli Stati Uniti non sono più amici, ma sono ancora alleati dell’Europa?

«Bella domanda. È fondamentale mantenere relazioni con loro, ma anche essere consapevoli che il rapporto di fiducia è andato in frantumi e fidarsi adesso è complicato. D’altronde è una deriva che Trump ha accentuato in modo esagerato, ma che era in corso da tempo: ad onor del vero, nemmeno un grande presidente come Obama era troppo vicino all’Europa».

In questo clima di tensioni fra Ue e Stati Uniti, non rischia di andare in frantumi anche la Nato?

«Guardi, la Nato ha senso solo con un’Europa forte oppure nell’ambito di un rapporto euro-atlantico robusto e fondato sulla reciproca fiducia. Mi pare, però, che non vi sia nessuna di queste due condizioni».

In uno scenario fosco come quello che lei ha tratteggiato, a cosa ci si può aggrappare?

«Dobbiamo rimettere al centro dell’agenda politica le comunità nel loro insieme perché le società cambiano solo se i cittadini hanno obiettivi molto concreti e condivisi. È necessario farlo adesso, proprio in un momento di grande fragilità per la democrazia come quello che stiamo vivendo. Poi dobbiamo scommettere con forza sui giovani».

Anche se non partecipano e non vanno a votare?

«Chi lo dice? Quando in ballo c’è qualcosa in cui credono e che sentono importante, i giovani scendono in piazza e votano pure: in Italia lo abbiamo toccato con mano in occasione del referendum sulla giustizia: quando hanno sentito minacciato quell’orizzonte di valori comuni e condivisi, rappresentato dalla Costituzione, mi pare proprio che si siano fatti sentire». 

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