Incendio sul Monte Faeta, il vigile del fuoco che ha perso la casa: «Porta e tetto, poi bruciava tutto»
Sul versante ascianese qui l’unica abitazione distrutta e inagibile: «Nella mia esperienza sia da volontario che da professionista una cosa così non l’avevo mai vissuta»
SAN GIULIANO TERME. «È successo tutto in pochi minuti, le fiamme sono arrivate al portico e poi hanno bruciato parte del tetto. Posso dire che nella mia esperienza sia da volontario che da professionista una cosa così non l’avevo mai vissuta. D’altronde il fuoco e la natura sono imprevedibili e non ci si può fare niente». Tommaso Nozzolini, vigile del fuoco e volontario del servizio regionale antincendi boschivi (Aib), ieri non ha parlato. «Non posso più rilasciare dichiarazioni, scusate».
Lo aveva fatto venerdì ai colleghi di alcune testate nazionali, dopo che nella notte la sua casa e quella dei suoi genitori – un unico edificio con due unità immobiliari sul versante ascianese del Monte Faeta, a cui si accede da via di Ragnaia – sono state avvolte dalle fiamme. Secondo le autorità sono le uniche abitazioni rimaste danneggiate nell’incendio che dopo aver “scollinato” dal versante lucchese è sceso divorando la porzione pisana ed è arrivato a un passo dalla frazione di Asciano.
In quel momento, mentre il sindaco firmava l’ordinanza di evacuazione di tutta la frazione, Tommaso era in servizio come volontario sul monte, intento assieme ai colleghi a sedare quelle lingue di fuoco impazzite che stavano minacciando un’intera comunità. Ma non c’è preparazione o esperienza che possa lenire la disperazione di fronte alla propria casa in preda alle fiamme .
«Erano circa le 2,30 (della notte tra giovedì e venerdì, ndr), abbiamo cercato di spegnere le fiamme ma purtroppo era impossibile – ha raccontato Nozzolini a Rai, Mediaset e Corriere della Sera –. La violenza del vento ha fatto sì che il fuoco si propagasse in maniera molto irregolare, anticipando la naturale discesa dall’alto delle fiamme. Nel giro di cinque minuti l’incendio ha iniziato ad attaccare centinaia di metri più avanti. Le fiamme hanno impedito l’accesso ad alcune abitazioni, tra cui anche la mia».
In quei minuti d’inferno, al fianco di Tommaso c’erano altri volontari Aib. «Abbiamo provato ad arrivare vicino a casa sua per spegnere le fiamme – spiega Gabriele Salvadori – ma purtroppo non c’erano le condizioni e abbiamo dovuto desistere. La rimessa è andata completamente a fuoco ed è rimasta bruciata parte del tetto nell’area della cucina».
«C’è da rimboccarsi le maniche e ricostruire», aveva aggiunto Tommaso ripercorrendo le terribili scene che inevitabilmente hanno segnato un “prima” e un “dopo”. Qualcosa ci sarà sicuramente da ricostruire, anche se per fortuna nel tardo pomeriggio di ieri i vigili del fuoco hanno valutato la bifamiliare come agibile, nonostante i danni. Gli occhi azzurri bagnati dalle lacrime, la voce rotta dal dolore, l’umanità e la dignità di un addetto ai lavori colpito personalmente mentre si trovava al servizio della collettività, restano in ogni caso il simbolo più intenso di questo incendio.
L’immagine che descrive meglio di ogni altra i tre giorni di magone e fiato sospeso vissuti da un frazione di 3.500 abitanti, che a un certo punto nel cuore della notte si sono ritrovati in strada a osservare terrorizzati quel “tornado” rosso pronto a devastare tutto. L’angoscia, il senso di impotenza e poi l’ansia di poter rientrare a casa per vedere se fosse tutto apposto, per poter raccontare che era stato tutto un grosso, un enorme spavento. Le notti insonni nei centri di raccolta messi a disposizione da Comune e Protezione civile, oppure ospitati da amici e parenti. Fino al non semplice ritorno alla normalità.
Dalle 17,45 di ieri, sabato 2 maggio, dopo i sopralluoghi delle autorità, gli ultimi a poter rientrare sono stati i trecento e passa residenti dell’area sottomonte di Asciano, a nord di via Trieste, per più di 48 ore immaginaria “linea Maginot” oltre la quale non potersi spingere. Ma a vivere e a resistere all’emergenza è stato tutto il paese, senza distinzioni. Un paese e una comunità che, come sottolineato da alcuni, spera in coro «che non succeda più».
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