Mafia cinese in Italia, il procuratore: «Sfruttando il lavoro si arricchiscono come i corleonesi con la droga»
Un sistema criminale radicato tra sfruttamento, evasione e capitali nascosti: l’allarme della Procura su Prato e il rischio che sfugga al controllo dello Stato
Senza scomodare Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu, la separazione dei poteri resta un principio essenziale per la democrazia e lo stato di diritto. La lotta alla criminalità – soprattutto quando assume la forma dell’associazione mafiosa – lo ricorda con forza: “zone grigie”, collaboratori di giustizia e presenza dello Stato tornano centrali ogni volta che si affronta un potere parallelo e predatorio.
Sono temi che emergono anche negli interventi pubblici del procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, che si definisce «massimamente rispettoso delle prerogative degli altri poteri» e impegnato a segnalare «esigenze tecniche». Spetta però alla politica cogliere questi segnali, interpretarli e tradurli in strumenti di contrasto. È in questo ascolto reciproco che si misura la forza, e il senso, della divisione dei poteri.
Procuratore, partiamo da una sua dichiarazione sugli «elevati standard di criminalità» legati allo sfruttamento. Quanto è esteso oggi questo fenomeno nel distretto pratese?
«C’è una distensione capillare che investe un intero settore economico radicato sul territorio e con una proiezione transnazionale. Ci troviamo di fronte a un fenomeno di sfruttamento lavorativo che è sistemico, riguardante manodopera straniera, e su cui è stata costruita la base di un circuito economico parallelo a quello legale. Viene realizzato da imprenditori privi di scrupoli che perseguono esclusivamente la logica della massimizzazione del profitto, sfruttando la posizione di debolezza di cittadini stranieri, spesso privi di documenti, costretti a vivere in condizioni disumane per sopravvivere. È un crimine abietto che cementa questo sistema insieme a una evasione fiscale altrettanto sistemica».
Lei ha parlato di un «circuito economico parallelo» affermando chiaramente che la mafia cinese esiste in Italia. Questo sistema sta attuando una sorta di “accumulazione primaria”, come accadde per la mafia siciliana con la droga negli anni ’70, per espandere le proprie attività?
«Lo sfruttamento lavorativo è l’elemento catalizzatore di questo mercato parallelo che ha dimensioni forse non ancora pienamente percepite. È un intero sistema: si parte dall’importazione di materia prima dalla Cina, per miliardi di euro, che arriva in Europa attraverso porti come il Pireo, Gioia Tauro o la Spagna. Utilizzano il meccanismo della sospensione d’imposta per non pagare l’Iva, avvalendosi di imprese “testa di legno” e del supporto di professionisti compiacenti. I profitti, enormi, non vengono reinvestiti in Italia ma esportati in Cina attraverso criptovalute ed exchanger per occultarne le tracce. Possiamo davvero paragonarlo al traffico di droga o agli interessi dei Corleonesi negli appalti. Lo sfruttamento si nutre anche di tratta di esseri umani: chi arriva qui ha già debiti enormi per il viaggio e finisce in una posizione di sostanziale schiavitù».
Quali sono le condizioni concrete in cui si trovano questi lavoratori?
«Il dato caratteristico è l’impiego del cottimo, ovvero si viene pagati a pezzo prodotto, un meccanismo che induce a lavorare sempre di più e che produce effetti positivi solo agli imprenditori. Le persone vengono impiegate sette giorni su sette con turni massacranti che arrivano a 15-16 ore al giorno, senza ferie, garanzie per malattie o infortuni. Vivono in dormitori con condizioni igienico-sanitarie totalmente precarie. Questo circuito alimenta una concorrenza sleale insostenibile per chiunque altro, perché i costi di produzione sono abbattuti da paghe miserabili. E purtroppo, questo sistema interessa anche noti brand della moda, sia di lusso che di fascia media, che esternalizzano il lavoro: c’è un osmosi tra quel circuito economico di cui dicevo e quello che è il mercato legale».
Oggi quali strumenti mancano alle procure per contrastare efficacemente questi meccanismi?
«Il primo elemento fondamentale sono gli organici, su cui prendo atto che il ministro Nordio è sembrato poco ricettivo. Sia la magistratura che le forze dell’ordine sono sottodimensionate per questa realtà. Serve tempestività: assicurare misure cautelari e sentenze rapide. Inoltre, le sanzioni per il reato di sfruttamento (603 bis) non sono adeguate: il minimo edittale di un anno è troppo basso e non ha potere dissuasivo. Dobbiamo puntare sull’aggressione ai patrimoni, perché il contrasto economico all’indebito profitto è fondamentale, potenziare il numero di interpreti e puntare sull’adeguamento tecnologico nel settore informatico».
Lei ha menzionato il ruolo di commercialisti ed esperti che supportano queste attività. Quanto è determinante questa “zona grigia” di professionisti?
«È un fattore decisivo. Questo circuito non potrebbe esistere senza il supporto di commercialisti ed esperti del mondo della professione che mettono le loro competenze al servizio dell’illegalità. Il sistema si regge sul meccanismo cosiddetto “apri e chiudi”: vengono create innumerevoli imprese, spesso ditte individuali, che operano per un breve periodo, accumulano debiti con l’erario senza mai pagare l’Iva – sfruttando anche la sospensione d’imposta per le merci in transito – e poi spariscono nel nulla prima che lo Stato possa intervenire, con trasferimento delle risorse attive a nuove realtà imprenditoriali. È un ciclo che abbiamo visto ripetersi anche per oltre 20 anni. Per questo non bastano più solo gli arresti e i processi penali, ma occorre incrementare il ricorso alle misure di prevenzione e alle misure “terapeutiche” come l’amministrazione giudiziaria: vanno chiuse le aziende gravemente compromesse sul piano delinquenziale e bonificate quelle che sono nelle condizioni di continuare perché esternalizzano una parte della produzione, recidendo i legami con lo sfruttamento e restituendole al mercato legale, salvaguardando però la forza lavoro».
Lei ha avanzato una proposta innovativa per favorire la collaborazione dei lavoratori sfruttati. Di cosa si tratta?
«Le misure di protezione ordinarie del prefetto non bastano. Occorre applicare agli stranieri le misure previste per i collaboratori e testimoni di giustizia, che oggi sono limitate ai cittadini italiani. Una via sarebbe concedere la cittadinanza agli stranieri che collaborano, prendendo le mosse dall’articolo 9 della legge del 1992 che consente tale estensione per chi fornisce “eminenti servizi all’Italia”. Una denuncia attendibile è uno straordinario fattore di giustizia che integra questo presupposto. Dal febbraio 2025, abbiamo già avuto 202 lavoratori che hanno iniziato a collaborare. Abbiamo istituito numeri dedicati dove possono mandarci messaggi nella loro lingua e, entro 48 ore, li contattiamo per avviarli al permesso di soggiorno e all’assistenza, nel quadro di un protocollo interistituzionale che ha visto la partecipazione di più attori».
È necessario un salto di qualità nei rapporti internazionali, specialmente con la Cina?
«Sarebbe fondamentale che la Repubblica Popolare Cinese prendesse concretamente le distanze da queste dinamiche, dato che molte risorse rientrano in patria. Abbiamo avuto una prima apertura con risposte ad alcune rogatorie e supporto di interpreti, ma il vero “salto di qualità” avverrebbe se rispondessero sulle rogatorie riguardanti l’individuazione dei capitali nelle banche cinesi. Sarebbe un mutamento epocale per la nostra capacità di penetrazione».
Si rischia di arrivare al punto di non ritorno?
«Se non si pone riparo ora, la situazione andrà fuori controllo. Quello che facciamo emergere è solo una piccola parte della realtà. Se non riusciamo a istruire i 200 procedimenti per i lavoratori che hanno collaborato, lo Stato perde credibilità».
Il Presidente Mattarella sarà in Toscana, a Pontedera, oggi. Che significato ha la sua presenza in questo momento qui?
«È fondamentale che il Capo dello Stato adotti questa condotta; è un’iniziativa che va apprezzata e diffusa perché, ai massimi livelli, dimostra che lo Stato c’è ed è presente. Il Presidente venne qui anche nel dicembre 2013, ma devo dire che da allora la situazione si è aggravata: lo dicono i numeri e quello che stiamo accertando». l
