Isola del Giglio, squalo Mako attacca una barca di pescatori: «Nessuna reale minaccia, c’è un motivo “scientifico”»
Dal Centro studi squali: «Non esiste nessun rischio legato a questi animali che si avvicinano solo alle imbarcazioni»
GROSSETO. Il Centro studi squali interviene sull’attacco di uno squalo Mako a una barca di pescatori lungo la costa toscana: «In merito ai recenti avvistamenti di squali lungo la costa toscana e maremmana, con riferimento a quello tra l’isola del Giglio e le Formiche, avvenuto il 27 aprile scorso, di un Mako di una lunghezza stimata di più di 4 metri, non l’unico peraltro, in quanto anche un altro Mako di più piccole dimensioni, non superiore al metro, è stato pescato e rilasciato sempre lungo la costa maremmana l’11 aprile scorso».
«No allarmismi»
Dal centro spiegano: «Al fine di evitare inutili allarmismi, vorremmo ricordare quanto segue: in Mediterraneo ospitiamo 49 specie di squali, tra le quali le due di Mako. Con la primavera, le uscite di pesca sportiva sono più numerose e le probabilità di incontro maggiori.
Non esiste nessun rischio legato a questi animali che si avvicinano solo alle imbarcazioni da pesca attirati dalla pastura rappresentata da sangue e resti di pesci vari che possono provocare una sorta di curiosità e frenesia portandoli a rimanere per lungo tempo intorno all’imbarcazione, nella speranza di un facile pasto».
L’attacco: il motivo scientifico
L’attacco al motore, avvenuto sempre il 27 aprile, «è spiegabile con l’attrazione che hanno gli squali per le sorgenti di campi elettromagnetici, dotati come sono delle Ampolle di Lorenzini, una sorta di “metal detector” naturale, utile per trovare le prede. Durante le spedizioni del Centro Studi Squali in Sudafrica, è capitato che gli squali bianchi provassero a mordere le eliche dei motori tanto che, dopo qualche anno, fu deciso di dotarle di protezione per evitare che gli squali potessero ferirsi. Un comportamento naturale in una situazione di scavenging, termine con il quale si indica il comportamento degli squali che possono nutrirsi di prede ferite o morenti. Niente di eccezionale quindi a parte il fatto che, per ora, il nostro Mediterraneo ospita ancora specie ivi vissute per milioni di anni e adesso a rischio. I dati raccolti saranno inseriti nella Scheda Medlem che il CSS contribuisce a compilare nell’ambito di questo programma di monitoraggio».
