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Referendum in palestra e a pranzo: in Toscana la politica torna “pop” nel solco di Teresa e Bianca

di Federico Lazzotti

	File ai seggi per votare 
File ai seggi per votare 

Stavolta chi ha deciso di andare alle urne non ha solo deciso di dire sì o no alla riforma, di dare un segnale alla premier, di non stravolgere la Costituzione. Ha deciso di lanciare un messaggio, forse proprio alla politica: noi ci siamo. E possiamo ancora cambiare le cose

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La politica è tornata tra la gente. Ed è una bellissima notizia. Te ne accorgi da piccoli particolari di vita quotidiana che fanno sperare, non in grande, sarebbe troppo. Ma almeno danno alla democrazia partecipata – dopo il referendum – l’occasione di intravedere un futuro meno buio di quanto si potesse ipotizzare alla vigilia. Sabato mattina, spogliatoio della palestra, ultimo agorà fuori dai social: due iscritti al corso di pilates discutono del referendum mentre cercano la tessera della doccia. «Tu cosa voti?». L’altro risponde. Argomenta. Un terzo, in ciabatte, lo corregge sulla composizione del Csm nel caso vinca il Sì. Un quarto, che di solito parla solo di calcio, entra a gamba tesa citando gli articoli della Costituzione che verrebbero modificati. Il dibattito si accende. Qualcuno inveisce contro il ministro Nordio, ma non capisco a quale dichiarazione del guardasigilli sia legata l’invettiva. Domenica a pranzo. Un amico che con la giustizia non ha niente a che spartire, mi confida di aver ascoltato un podcast per capire la riforma: «Mi sono fatto un’idea». E la condivide. Ieri davanti all’asilo di mia figlia un avvocato mi ferma e dal nulla chiede: «Alla fine cosa voti?». Resto sorpreso, balbetto, rispondo che sto andando al seggio.

Non so voi, ma in tempi di carestia della partecipazione alla cosa pubblica sentire come la politica sia tornata popolare, al centro di un dibattito capace di coinvolgere, non solo la casta, ma appassionare dall’alto al basso, dividere ovviamente, sennò che gusto ci sarebbe, è qualcosa di rivoluzionario.

Se è un segnale di come la politica possa rinascere dalle ceneri dell’astensionismo, del chissenefrega? Difficile dirlo basandosi su un evento episodico. Ma la Toscana, la regione dei diritti, per i diritti, figlia di costituenti come Teresa Mattei e Bianca Bianchi, questo messaggio lo ha lanciato più forte che altrove, alzando i toni dell’affluenza: superato il 66%, la seconda percentuale più alta in Italia. E lo ha fatto a soli cinque mesi dal suo punto più silenzioso, quando per le elezioni regionali, al seggio, andò meno di un avente diritto su due (47,73% l’affluenza). Il paradosso (apparente?) è chiaro: un tema complesso come la riforma della giustizia capace di portare alle urne un terzo di toscani in più rispetto a un voto (sulla carta) di maggiore prossimità come quello della scelta del presidente della Regione. Ma stavolta chi ha deciso di andare alle urne non ha solo deciso di dire sì o no alla riforma, di dare un segnale alla premier, di non stravolgere la Costituzione. Ha deciso di lanciare un messaggio, forse proprio alla politica: noi ci siamo. E possiamo ancora cambiare le cose. 

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