«Autorevole e pop senza retorica»: perché il presidente Mattarella è tanto amato dalla gente – Stile e linguaggio: l’analisi del sociologo
Anche a Firenze standing ovation e cori per il capo dello Stato. Il docente universitario, Carlo Sorrentino: «Lancia messaggi fortissimi a bassa voce. Dovrebbe essere un esempio per i leader politici che invece urlano senza dire nulla»
FIRENZE. Cori per le strade: «Sergio, Sergio». Strette di mano: «Sei il baluardo della democrazia». E poi la standing ovation degli studenti, al termine della lectio magistralis, quando Mattarella ha lasciato il Teatro del Maggio Musicale. Per il presidente della Repubblica la giornata toscana è finita con un altro attestato di affetto infinito che travalica schieramenti ideologici e barriere generazionali. E si ripete ad ogni appuntamento pubblico: ieri come alla Scala di Milano, o alle Olimpiadi. Una tendenza che non è passata inosservata a Carlo Sorrentino, docente ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi al Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Firenze, ieri in platea.
Professore, come si spiega questo affetto della gente verso il presidente Mattarella?
«La cosa che mi ha più colpito è stata la reazione degli studenti, si parla di ragazzi e ragazze tra i venti e venticinque anni, quando il presidente si è avvicinato a loro prima di lasciare il teatro».
Perché?
«Si sono alzati in piedi e gli hanno tributato un’ovazione da stadio, come se davanti avessero un cantante o un campione della sport. Questo dimostra come anche i più giovani, che spesso descriviamo come lontani o disinteressanti alle istituzioni, riconoscano in Mattarella un punto di riferimento, una figura centrale. Viviamo in un tempo in cui le istituzioni sono legate a interessi di parte, Mattarella rappresenta e viene percepito come qualcosa di diverso, rassicurante: un nonno che incarna l’istituzione, appunto».
Autorevole e pop allo stesso tempo: è questo il segreto del presidente?
«Credo che Mattarella riesca a contemperare le due cose. Una caratteristica che era propria dei politici della “Prima Repubblica” che tanto abbiamo bistrattato. Quei rappresentanti erano formali, avevano un grande aplomb, mai un capello fuori posto, indossavano il loden. Mattarella a questo unisce la capacità di parlare con l’atleta, raccontando le sue passioni: calcio, pallavolo, musica. Anche l’intelligenza istituzionale di invitare i cantanti di Sanremo al Quirinale ne è la prova. Per sintetizzare: è vicino alla gente senza mai perdere la faccia».
Un’altra unicità del presidente a di lanciare messaggi fortissimi senza mai alzare la voce, come successo a Firenze, oppure con azioni concrete che hanno significati enormi, come andare a presiedere il plenum del Csm per abbassare i toni in vista del referendum sulla giustizia.
«Questo dovrebbe far riflettere la classe politica, non solo italiana. Pensiamo al linguaggio da bulli di periferia da parte di Trump e Netanyahu. In un clima del genere personalità come quella di Mattarella ci fanno capire che non bisogna per forza essere populisti, ma si possono dire cose fortissime con un filo di voce, addirittura con un tono monocorde che di per sé non è quello di un grande oratore. Ma nonostante questo apparente deficit formale, viene apprezzata l’efficacia nei contenuti».
Da Pertini a Napolitano passando per Ciampi: storicamente i presidenti della Repubblica sono stati amatissimi. È una questione di ruolo o della persona che lo riveste?
«Tutte e due le cose. I presidenti della Repubblica italiani sono facilitati dal fatto che la Costituzione gli dia un ruolo terzo, di bilanciamento rispetto ai poteri, al contrario del presidente del Consiglio o del presidente della Repubblica francese. Detto che sono favoriti dalla Carta, fino ad oggi, chi ha ricoperto questo ruolo lo ha fatto con saggezza. Si tratta di persone che vengono da una cultura politica che riesce a coniugare il ruolo con la vicinanza al popolo. E questo non vuol dire compiacerlo».
In questo evidente distacco della gente dalla politica, basta vedere l’affluenza alle urne, perché nessuno dei leader di partito prende esempio da Mattarella?
«Credo che i leader abbiano paura di avere quel tipo di approccio».
Perché?
«Perché sono deboli rispetto alla grandi forze economiche della globalizzazione. Quindi ai politici non resta che urlare per attirare l’attenzione. Di questo corto circuito la comunicazione ha le sue responsabilità. Mi piace credere che questa capacità di essere formale e pop di Mattarella faccia capire che il tempo delle urla sta finendo. E che anche le persone più giovani vorrebbero delle guide che incarnano il senso di responsabilità senza voler finire sulle prime pagine dei giornali facendo dichiarazioni apparentemente forti ma di fatto vuote».
