Lupo in Toscana, un progetto di monitoraggio con cacciatori, agricoltori e università – Cosa prevede e perché è importante
Al centro c’è il controllo dei branchi attraverso le fototrappole e la tecnica del “wolf howling”: di cosa parliamo
Gestire la presenza del lupo in Toscana richiede un cambio di passo: non più interventi frammentari o basati su percezioni e ideologia, ma una gestione proattiva fondata su dati scientifici solidi e su una collaborazione strutturata tra i principali attori del territorio. È questo l’obiettivo del progetto “Lupus Etruriae”, che vede la collaborazione dell’Università di Sassari con Coldiretti e Federcaccia e rappresenta un modello avanzato di integrazione tra mondo agricolo, venatorio e accademico, finalizzato a tutelare le produzioni zootecniche di eccellenza e, al tempo stesso, la biodiversità.
Lo scopo
Il progetto nasce dalla consapevolezza che la ricolonizzazione del lupo, fenomeno ormai strutturale e diffuso sull’intero territorio regionale, non può essere affrontata con approcci emergenziali o ideologici. Al contrario, è necessario disporre di dati aggiornati, affidabili e territorialmente dettagliati, in grado di orientare scelte gestionali razionali, efficaci e socialmente sostenibili. Il monitoraggio dei branchi, la valutazione del rischio predatorio per le aziende zootecniche e la definizione di strumenti operativi, rappresentano i pilastri di un percorso che guarda al futuro della zootecnia toscana.
Monitoraggio
Il cuore del progetto è un sistema di monitoraggio scientifico della specie, esteso all’intero territorio regionale, basato su metodologie consolidate a livello europeo. Le attività prevedono l’utilizzo coordinato di fototrappole, posizionate nei principali corridoi di passaggio e nelle aree di marcatura dei branchi, in grado di fornire informazioni sulla presenza, sulla composizione e sulla dinamica dei gruppi familiari.
Sensori
Le fototrappole oggi non sono più semplici “macchine fotografiche nel bosco”. Sono sensori che lavorano in autonomia e producono un dato standardizzabile. Nella forma più comune usano un sensore a infrarosso passivo (Pir) che rileva una variazione di calore e movimento davanti all’obiettivo: quando un animale attraversa il campo visivo, la fototrappola scatta una o più immagini o registra un breve video. Se usate con metodo, le fototrappole permettono anche di stimare indicatori più utili della sola “presenza”. In questo modo si possono descrivere ritmi di attività nelle diverse fasce orarie e stagioni, confrontare aree campionate con lo stesso protocollo e, in alcuni casi, ottenere misure indirette di abbondanza relativa. Ma il punto resta sempre lo stesso: il disegno. Dove si posizionano le fototrappole? Per quanto? Con quale distanza tra punti e con quali impostazioni? Se queste scelte non sono standardizzate, i confronti diventano fragili.
Richiami
Alle fototrappole si affiancano le tecniche di wolf howling, attraverso l’emissione di ululati registrati e l’ascolto delle risposte, utili per individuare la presenza di branchi riproduttivi e definirne la distribuzione territoriale.
Genetica
Un ulteriore pilastro del monitoraggio è rappresentato dalla raccolta di campioni biologici, come feci, peli e, quando disponibili, carcasse, che vengono sottoposti ad analisi genetiche non invasive e invasive. Queste analisi consentono di confermare la presenza della specie, distinguere i singoli branchi, escludere fenomeni di ibridazione e rafforzare l’affidabilità complessiva dei dati raccolti. In questo scenario assume un ruolo centrale la collaborazione tra mondi diversi ma complementari: quello scientifico, quello agricolo e quello venatorio.
Federcaccia
I cacciatori, con la presenza capillare sul territorio e una conoscenza diretta degli equilibri faunistici, «contribuiscono in modo concreto alla raccolta di informazioni, al monitoraggio e alla corretta gestione della fauna selvatica», spiega Federcaccia. Il progetto si configura come un’esperienza innovativa di partenariato che vede insieme Coldiretti Toscana, Federcaccia Toscana – Unione Cacciatori Toscani e il mondo accademico, con l’Università di Sassari garante del rigore scientifico e della correttezza metodologica. «Questa è una prima, importante e lungimirante esperienza di collaborazione tra agricoltura, mondo venatorio e ricerca scientifica», dice Marco Salvadori, presidente regionale di Federcaccia Toscana – Unione Cacciatori Toscani.
«Il partenariato con Coldiretti e con l’Università di Sassari dimostra che è possibile costruire un modello serio e credibile di gestione del lupo, basato su dati oggettivi, competenze riconosciute e responsabilità condivise. I cacciatori mettono a disposizione il loro sapere sul territorio, mentre l’Università garantisce il necessario rigore scientifico: è da qui che passa una gestione razionale della specie, capace di tutelare la biodiversità senza sacrificare la zootecnia e le eccellenze toscane».
