Il Tirreno

Toscana

Le due voci

Referendum giustizia, perché “No” e perché “Sì”: le due ragioni a confronto con i costituzionalisti Pertici e Ceccanti

di Cristiano Marcacci

	Da sinistra: Andrea Pertici e Stefano Ceccanti 
Da sinistra: Andrea Pertici e Stefano Ceccanti 

Venerdì 20 febbraio la diretta streaming del dibattito organizzato dal Tirreno nella sede di rappresentanza della Castagneto Banca 1910 in via Rossini 2, a Livorno. La riforma su cui viene richiesto di esprimersi con un Sì o un No si incentra sulla separazione delle carriere nella magistratura tra giudici e pubblici ministeri, sull'istituzione di due distinti Csm, sulla creazione di un'Alta Corte disciplinare e sull'introduzione di un meccanismo di estrazione a sorte di alcuni componenti degli organi di autogoverno

8 MINUTI DI LETTURA





Si sta accendendo il dibattito sul referendum Giustizia di domenica 22 e lunedì 23 marzo, quando gli italiani saranno chiamati al voto per esprimersi sul referendum costituzionale che viene spesso definito come referendum “per la separazione delle carriere”. I circa 5 milioni di cittadini italiani fuori sede dovranno rientrare nel loro comune di residenza per poter votare.

Per cosa si vota

La riforma su cui viene richiesto di esprimersi con un o un No si incentra sulla separazione delle carriere nella magistratura tra giudici e pubblici ministeri, sull'istituzione di due distinti Csm, sulla creazione di un'Alta Corte disciplinare e sull'introduzione di un meccanismo di estrazione a sorte di alcuni componenti degli organi di autogoverno. Come previsto dall'articolo 138 della Costituzione, il referendum di revisione costituzionale non prevede - a differenza di quello abrogativo - l'obbligo di raggiungimento del quorum. Non è quindi necessario che il 50% + 1 degli aventi diritto al voto si presenti alle urne: a determinare l’esito della tornata referendaria sarà la maggioranza relativa dei voti validi. Con l’obiettivo di spiegare al meglio i contenuti del referendum e di illustrare le posizioni di contrari e favorevoli, Il Tirreno ha organizzato un forum dal titolo “L’ora delle scelte”, in programma venerdì 20 febbraio alle 16 nella sede di rappresentanza della Castagneto Banca 1910 in via Rossini 2 a Livorno. Sarà possibile anche seguire il dibattito in diretta streaming su YouTube sul sito Internet del Tirreno e su quello di Castagneto Banca.


Le ragioni del “No” – Il professor Pertici: «La riforma debilita l’autonomia della magistratura»

Il giurista Andrea Pertici è professore ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Pisa e dottore di ricerca in Giustizia costituzionale. È tra chi nutre profonde perplessità sulla riforma della giustizia e invita a votare No al prossimo referendum.

Professor Pertici, i cardini della riforma potrebbero essere riassunti nella separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, nell’istituzione di due distinti Csm, nella creazione di un’alta Corte disciplinare e nell’introduzione di un meccanismo di estrazione a sorte dei componenti degli organi di autogoverno. È un riassunto che può andare? Cosa potrebbe cambiare in concreto?

«In realtà si tratta di separazione del Csm, e non di separazione delle carriere. Le carriere non sono di per sé separate una volta che viene separato il Csm. Quello che potrebbe cambiare è che noi, al posto di un organo che governa la magistratura, ne avremo sostanzialmente tre. E già questo, ovviamente indebolisce questo sistema di governo della magistratura posto a garanzia dell’autonomia e indipendenza. A questo si aggiunge, nel solco dell’indebolimento, l’estrazione a sorte, che rimetterebbe al caso la composizione degli organi dove probabilmente siederebbero persone meno autorevoli».

Da parte degli elettori ci potrà essere una partecipazione adeguata?

«È vero che il referendum passa per essere tecnico, ma nel complesso è di grande interesse per i cittadini, perché appunto, attenendo all’organizzazione della magistratura, finisce per ripercuotersi sui diritti dei cittadini. Ci dovrebbe quindi essere tutto l’interesse ad andare a votare, ricordando che una magistratura quanto più autonoma e indipendente garantisce meglio i diritti dei cittadini».

Pensa che i cittadini siano sufficientemente informati rispetto al quesito dei prossimi 22 e 23 marzo?

«Il quesito, nei suoi contenuti, non è semplicissimo e noto che pochi si soffermano sulla spiegazione dei suoi contenuti. Per ora hanno prevalso gli slogan. Prima che al referendum ci sarebbe forse da invitare alla partecipazione a tutte quelle occasioni di confronto che si hanno disponibili, soprattutto quelle in cui si manifestano le diverse opinioni, anche perché quelle dei favorevoli mi sembrano piuttosto deboli e ammantate da elementi di politicità piuttosto che fare riferimento alle questioni realmente sottese al quesito».

È preoccupato per l’innalzamento dei toni del dibattito?

«È certamente un peccato che talvolta alcune prese di posizione mettano in ombra la discussione nel merito. Occorre considerare che chi rappresenta il potere accentrato per eccellenza, cioè quello esecutivo, ha una particolare responsabilità nel valutare l’impatto delle proprie dichiarazioni».

Ritiene che l’esito del referendum possa avere ripercussioni sulla tenuta del governo?

«Se come tenuta del governo s’intenda che possa andare in crisi, non credo. Se invece si fa riferimento al fatto che vi sia un’influenza su come il governo potrà proseguire, questa inevitabilmente ci sarebbe. A partire dall’altra riforma costituzionale, quella sul premierato. Un governo che avesse incassato una risposta negativa dovrebbe affrontare l’ultimo anno con maggiore difficoltà».

Perché votare No?

«La Costituzione va modificata quando questo è strettamente necessario, andando a individuare il problema e prevedendo la specifica soluzione volta a risolverlo. In questo caso nulla di tutto ciò è avvenuto. Inoltre, decidere di dividere un organo in tre non è certamente una buona idea sotto nessun punto di vista, soprattutto per l’autorevolezza di quell’organo. La volontà di separare nell’organo di governo la parte requirente, dei pubblici ministeri, da quella giudicante credo possa addirittura rafforzare questi ultimi, smentendo le intenzioni di alcuni. Ma il motivo più forte per cui votare No è quello per cui l’estrazione a sorte dei componenti degli organi potrebbe consegnarci organi deboli e male assortiti. Si dice che l’estrazione a sorte dovrebbe superare il sistema delle correnti della magistratura. L’estrazione a sorte non elimina le correnti, potrebbe anzi determinare che in un Csm ci siano componenti di una sola corrente o comunque che le correnti siano rappresentate in modo non corrispondente alla loro reale consistenza, a nocumento del pluralismo». 


Le ragioni del “Sì” – Il costituzionalista Ceccanti: «Più pluralismo smantellando l’unità tra giudici e pm»

Nello schieramento dei fautori del Sì c’è anche il costituzionalista Stefano Ceccanti (Pd), senatore dal 2008 al 2013 e deputato dal 2018 al 2022.

Riprendendo le parole del procuratore di Napoli Nicola Gratteri ci viene subito da chiederle provocatoriamente in quale categoria si rispecchia: tra gli indagati, tra gli imputati oppure tra i massoni “deviati”?

«Il ragionamento che ha fatto il procuratore Gratteri va proprio a favore della separazione delle carriere. È un tipico ragionamento da pubblico ministero, il quale formula le ipotesi accusatorie, pensa che siano fondate e l’indagato diventa un imputato e poi un condannato. Se fosse stato un giudice a parlare non avrebbe mai usato le parole di Gratteri, perché avrebbe detto che l’indagato non è ancora imputato, che l’imputato non è ancora condannato e sarà condannato solo se non c’è alcun ragionevole dubbio. I due parametri sono diversi: il pubblico ministero formula ipotesi attendibili, il giudice giudica condannando nel caso non esista alcun ragionevole dubbio. Siccome nessun giudice avrebbe fatto le affermazioni di Gratteri, quest’ultimo ci ha dimostrato che le carriere devono essere separate».

Un costituzionalista autorevole esponente dei dem che ha annunciato di votare Sì non si trova a tutti gli angoli: perché questo significativo disallineamento?

«Non posso dimenticarmi due cose: ho iniziato a lavorare in Parlamento nel 1990 con il professor Augusto Barbera, che sin da allora sosteneva queste tesi, e poi sono stato consulente per i parlamentari di centrosinistra durante la commissione bicamerale D’Alema, i quali votarono la riforma del giusto processo nel 1999 e prima ancora avevano lavorato sul superamento dell’unico Csm e sull’istituzione della Corte disciplinare. Quindi mi mantengo nel solco di queste convinzioni di fondo pluridecennali che all’epoca erano patrimonio maggioritario».

Cosa cambierebbe in concreto con la vittoria del Sì?

«Praticamente stiamo completando la riforma del giusto processo che ha riscritto l’articolo 111 del 1999. Cosa c’è scritto nel nuovo 111? Dice che il processo è giusto se il giudice è terzo rispetto alle due parti, l’accusatore e l’avvocato. Se è così non ci può essere un Csm unico dove stanno insieme il giudice, che è terzo, e una parte. I Csm devono essere due. Questa è la separazione delle carriere. Per quanto riguarda la Corte disciplinare, è una proposta che parte dalla commissione Paladin del 1991, passa dalla commissione dei saggi del governo Letta di cui io facevo parte e si ritrova anche nel programma elettorale del Partito democratico del 2022 quando io ero candidato».

Fa discutere l’estrazione a sorte dei componenti degli organi.

«Il miglior sistema sarebbe stato quello dei collegi uninominali. Feci questa proposta da parlamentare e fui anche nominato dall’allora ministro Orlando nella commissione di studio per la riforma del sistema elettorale del Csm, ma i magistrati non volevano nessun sistema elettorale che non fosse incentrato sulle correnti nazionali. Secondo me, a torto. Quindi, se io devo scegliere tra uno qualunque dei sistemi e il sorteggio, ritengo comunque che il sorteggio sia, per quanto rozzo, migliorativo rispetto allo status quo che non si è voluto modificare».

Lei pensa che da parte degli elettori ci possa essere una partecipazione adeguata?

«Dipende dal tipo di campagna che facciamo. Se facciamo una campagna che parla alle curve, evocando paure e scenari apocalittici, spingiamo le persone ad astenersi. Se facciamo una campagna in positivo, spiegando bene le argomentazioni di ciascuno, penso che la partecipazione possa rivelarsi alta».

In conclusione, perché dovremmo votare Sì?

«Questa è una riforma liberale che smantella definitivamente l’unità tra giudici e pubblici ministeri che era un’eredità del sistema autoritario dove la sicurezza dello Stato veniva prima della persona, e quindi c’era anche una presunzione di colpevolezza e lo Stato rifiutava sia la separazione dei poteri, sia un’articolazione interna tra i poteri. Qui invece i giudici, che non sono più nello stesso Csm degli accusatori, possono essere più liberi di dire di no agli accusatori, soprattutto nelle fasi preliminari, dove purtroppo oggi dicono quasi sempre di sì. Quindi è un maggior pluralismo interno all’ordine giudiziario».

Primo piano
La testimonianza

«Un uomo ha provato a strapparmi di mano mia figlia»: incubo in Toscana – Il caso a Sovigliana

di Redazione web