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Toscana

L’intervista

Toscana, allarme frane – L’esperto: «Perché siamo sempre più a rischio»

di Manolo Morandini

	La frana nel Lucchese e il professor Brugioni
La frana nel Lucchese e il professor Brugioni

Parla Marcello Brugioni, presidente dell’Ordine dei Geologi della Toscana: «Vantiamo uno dei migliori sistemi di monitoraggio in assoluto»

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In Toscana ci sono numerose frane attive e aree potenzialmente instabili, diffuse più o meno in tutti i versanti, sia nella parte appenninica che nei rilievi del centro e del sud della regione. Tuttavia, in Toscana esiste un livello di conoscenza sulla distribuzione e sulla tipologia di questi fenomeni, sono circa 90mila le frane censite, che è uno dei più approfonditi in assoluto». Lo afferma Marcello Brugioni, presidente dell’Ordine dei Geologi della Toscana. Negli occhi di chi legge scorrono le immagini di quanto accaduto a Niscemi, in Sicilia, ma anche dei rischi dietro casa. L’ultimo episodio è il brutto risveglio per gli abitanti di Ponte a Serraglio, nel comune di Bagni di Lucca, quando si è verificato un cedimento del muro e del marciapiede in via Lima, la strada provinciale 18 che da Ponte a Serraglio porta verso Fornoli, in località La Cova, proprio accanto alla passerella pedonale. Nel crollo è venuta giù la ringhiera ma non si sono registrati danni a persone o cose.

Secondo l’ultimo Rapporto Ispra sul dissesto idrogeologico, in Toscana le aree interessate da frane coprono oltre 16.500 km², pari a più del 72 per cento del territorio regionale. C’è di che preoccuparsi?

«Le aree a pericolosità elevata e molto elevata rappresentano circa il 21 per cento della superficie regionale, una percentuale superiore alla media nazionale, anche in ragione di un livello di mappatura e approfondimento più avanzato rispetto ad altre aree del Paese».

Non esiste una specificità Toscana?

«Quanto successo a Niscemi ha posto l’attenzione ancora una volta su quanto siano fragili i nostri luoghi. Anche in Toscana ci sono numerose frane attive e aree potenzialmente instabili, diffuse più o meno in tutti i versanti, sia nella parte appenninica che nei rilievi del centro e del sud della regione. Tuttavia, in Toscana esiste un livello di conoscenza sulla distribuzione e sulla tipologia di questi fenomeni che è uno dei più approfonditi in assoluto».

Ha senso parlare genericamente di frane?

«I fenomeni franosi presentano caratteristiche molto diverse: alcuni evolvono lentamente nel tempo, altri possono manifestarsi in modo rapido e improvviso, spesso in concomitanza con eventi meteorologici estremi. Per questo la Regione Toscana ha scelto un approccio integrato, che unisce monitoraggio, prevenzione, pianificazione e gestione operativa».

In che cosa consiste l’approccio integrato?

«Il lavoro di indagine e di continua analisi svolto sia dall’Autorità distrettuale dell’Appennino Settentrionale, in cui ricade la quasi totalità del territorio regionale, che dalla Regione Toscana stessa, fa sì che per l’intero territorio siano disponibili mappe e banche dati estremamente corpose e rilevanti. Inoltre, la Regione ha attivato da alcuni anni un sistema di monitoraggio satellitare che consente, per talune tipologie di frane simili a quella di Niscemi, di percepire eventuali movimenti».

Come funziona il monitoraggio satellitare?

«Attraverso il satellite Sentinel 1 con un intervallo da sei a 12 giorni e con un sistema diffuso e sofisticato che gestisce l’Università di Firenze, vengono monitorati eventuali movimenti riferiti a dissesti e frane classificate come lente, del tipo per capirsi di quella che interessa Niscemi. Vengono rilevati anche spostamenti millimetrici e gli eventuali segnali premonitori. Insomma, fornisce informazioni importanti anche per effettuare controlli a terra».

È un controllo avanzato, ma non è esaustivo.

«Il satellite è utilissimo per le frane lente, ma per esempio non avrebbe potuto dare informazioni su quanto accaduto nel 2023 in Valbisenzio con le frane causate dalle piogge intense e concentrate. Queste sfuggono al monitoraggio perché si attivano repentinamente».

Di che tipo di fenomeno geologico si tratta?

«Si tratta di frane di neoformazione. Un versante stabile, che non mostra segni di pericolosità quando si verificano dei fenomeni meteorologici intensi per il tipo di vegetazione, le caratteristiche litologiche, ovvero del terreno, e la pendenza può originare movimenti franosi che in genere sono di piccole dimensioni».

Dobbiamo stare alla sorte?

«Abbiamo una conoscenza consolidata che permette di valutare quelli che vengono definiti i fattori predisponenti, cioè che possono se sollecitati attivare movimenti franosi. Non esistono degli indicatori numerici, ma una serie di fattori e caratteristiche di cui si deve tenere conto per fare una valutazione. Ma si tratta di analisi condotte con metodo scientifico e non di un terno a lotto. Abbiamo metodologie raffinate e modelli di valutazione che si avvalgono anche dell’intelligenza artificiale, ma questo non si traduce in un dato numerico. Tant’è che si redigono mappe di suscettibilità, ovvero di valutazione del rischio potenziale».

Quanto incide il cambiamento climatico?

«Autorità distrettuale dell’Appennino Settentrionale, in cui ricade la quasi totalità del territorio toscano, e Regione stanno operando congiuntamente per cercare anche di individuare le aree in cui è maggiore la possibilità di innesco delle cosiddette frane di neoformazione, ovvero quelle che si verificano improvvisamente in conseguenza degli eventi estremamente intensi e concentrati. Il cambiamento climatico con piogge più frequenti, intense e concentrate, anche per più giorni, è un dato di fatto».

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