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Lino Banfi: «La Fenech, Canà e i tre papi. Sono nato per far ridere la gente»

Lino Banfi: «La Fenech, Canà e i tre papi. Sono nato per far ridere la gente»<br>

L’attore compie 90 anni passati tra teatro, cinema e televisione: «Il primo spettacolo in seminario, il più toccante dopo l’alluvione di Firenze»

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«Porca puttena», «Ti spezzo la noce del capocollo», «Madonna benedetta dell’Incoroneta», «M’avete preso per un coglione», «Una parola è troppa e due sono poche». Modi di dire, frasi ripetute migliaia di volte, freddure entrate nel linguaggio quotidiano frutto dei suoi caratteristici personaggi divenuti cult e tramandati da generazioni: da Oronzo Canà (L’allenatore nel pallone, 1984) al commissario Auricchio (Fracchia, la belva umana, 1981), da Nonno Libero (Un medico in famiglia, 1998) al commissario Lo Gatto titolo dell’omonimo film di 40 anni fa. Dieci, cento, mille volti che rappresentano uno degli attori più popolari e amati capace di rimanere semplice, diretto e genuino - proprio come i suoi sketch e le sue trovate - mentre attorno tutto cambia e si trasforma.

Dopo il premio Biagio Agnes alla Carriera e il regalo di Rai 1 - ieri sera è stato proiettato in prima serata il docu-film Lino d’Italia-Storia di un itAlieno dove il protagonista si è raccontato in prima persona tra vita privata e professione - oggi Pasquale Zagaria alias Lino Banfi festeggia in famiglia i suoi 90 anni. Lui, unico comico ad aver fatto ridere tre Papi e a puntare decisamente al quarto (a breve incontrerà Leone XIV) è il solo attore italiano a cui calciatori e tecnici si rivolgono con deferenza chiamandolo “mister” e forse, dopo il suo benaugurante spot a Euro 2020 (poi disputati l’anno dopo causa Covid) che portò l’Italia a vincere gli Europei, la soluzione più divertente e goliardica per risolvere l’annosa questione del commissario tecnico azzurro. «Non lo dica a nessuno – scherza il Lino nazionale – ma in gran segreto il presidente Malagò appena eletto mi ha contattato: vuol vedermi per avere consigli tecnici».

Non ha certo intenzione di fermarsi l’iconico attore che dagli anni ’50 ha fatto ridere e riflettere: dall’avanspettacolo al cabaret, dal varietà alla commedia sexy, dagli sceneggiati televisivi alla recitazione in film impegnati. Più di 100 pellicole cinematografiche e oltre 20 programmi tv a caratterizzare la sua infinita carriera.

Una curiosità: festeggia il compleanno il 9 o l’11 luglio? Oppure in entrambi i giorni per ricevere un numero maggiore di regali?

«Sono nato il 9 luglio, ma mio padre Riccardo, il vero comico di famiglia, mi registrò all’anagrafe 48 ore dopo. All’epoca le levatrici e i genitori usavano posticipare la registrazione per “ringiovanire” i neonati di qualche giorno. Così ne approfitto per far festa due volte: domani a Roma con la mia famiglia (i figli Rosanna e Walter, i nipoti e la bisnipote Matilde Lucia che porta il nome della moglie del comico scomparsa nel 2023 ndr) e probabilmente con gli amici Renzo Arbore e Mara Venier. Sabato, come accade da tre anni, sono a Termoli, un paese che mi porta bene».

Attori si nasce o si diventa?

«Ero un bambino durante il periodo bellico. Quando suonavano le sirene e scappavamo nei ricoveri, le mamme dei coetanei mi venivano a chiamare per tenere tranquilli i loro figli ed evitare che piangessero durante i bombardamenti. Avevo 7 anni e ho iniziato a pensare che nel futuro dovevo regalare un sorriso a chi ne aveva bisogno».

Qual era il futuro disegnato per lei da babbo Riccardo e mamma Nunzia?

«Mio padre si vantava sempre di aver studiato perché aveva ottenuto la licenza media nel periodo del servizio militare. Poiché alle elementari ero stato promosso a pieni voti fu deciso che l’unico Zagaria che aveva voglia di studiare, anche per nobilitare la stirpe fatta di agricoltori ignoranti, avrebbe dovuto diventare avvocheto per poter arrivare a fare il nuter oppure prevt per arrivare a cardinele o anche pepa. Segretamente sognavo di diventare chirurgo, ma a 11 anni mi spedirono in seminario».

Ricorda la prima volta sul palcoscenico?

«A 12 anni in collegio recitai nella “Passione di Cristo”. Mi avevano dato il ruolo di San Pietro, ma quando iniziai a parlare tutti si misero a ridere e il sacerdote se la prese con me. Restai altri quattro anni in seminario prima di venir cacciato. Il motivo? Con un amico volevo andare a vedere le suore che stavano nel convento a fianco. Ricordo che l’allora vescovo di Andria mi disse: “La tua missione non è il prete, ma è di far ridere la gente”. Ci vedeva lungo».

Come nasce il nome d’arte Lino Banfi?

«Il merito è di Totò. All’inizio sui cartelloni degli spettacoli compariva Lino Zaga. Nel 1959 mi procurarono un appuntamento con il “Principe della Risata” nella sua villa ai Parioli. Faccio anticamera e appena mi presento lui con espressione seria mi fa: “Cambia il nome d’arte: i diminutivi (da Pasqualino Lino, ndr) portano bene, quelli del cognome male”. Pochi giorni dopo vengo ingaggiato per uno spettacolo. La locandina è già pronta con il nome Lino Zaga, ma mi oppongo. Voglio sostituire il cognome. Allora l’amministratore della compagnia, maestro di scuola elementare, prende un registro lo scorre con il dito sino ad arrivare all’alunno Aurelio Banfi. Così divenni Lino Banfi».

Il suo rapporto con la Toscana

«Non potrò mai dimenticare quando, pochi mesi dopo l’alluvione di Firenze nell’inverno del 1966, la mia piccola compagnia di avanspettacolo dove ero il capocomico si esibì al cinema teatro Flora in piazza Dalmazia a Rifredi. C’era la sala piena e fummo i primi a riportare il sorriso e l’allegria dopo i giorni tristi della piena dell’Arno».

C’è un film che rimpiange per non aver potuto partecipare?

«Regalo di Natale di Pupi Avati. Il regista mi aveva chiamato, ma ero impegnato e il mio posto venne preso da Diego Abatantuono».

Negli anni ’70-’80 è stato protagonista indiscusso delle commedie sexy all’italiana. Che aria si respirava sul set? Si è mai sentito a disagio? Chi era la più spiritosa tra le attrici?

«All’epoca le chiamavano “pellicole sporche” anche se in realtà le attrici si facevano sei sette docce ogni film. C’era molta professionalità e le varie Barbara Bouchet, Gloria Guida, Nadia Cassini erano spigliate e spiritose, ma si facevano rispettare. Quella con cui ancora oggi mantengo un bellissimo rapporto è Edwich Fenech. Assieme abbiamo girato sei-sette film. Ma al di là di frasi audaci e ammiccamenti non c’erano mai state scene in cui venivamo in contatto fisico. Nel 1980 invece nella pellicola Zucchero, miele e peperoncino a un certo punto lei si spoglia nuda davanti a me e io devo toccarle il seno. Ecco lì mi sono trovato in imbarazzo: tra noi c’era amicizia e in più conoscevo il suo fidanzato. L’insieme rendeva poco spontaneo l’approccio. Il regista mi stoppò varie volte. “Lino, sei impacciato!”. Al terzo ciak ci pensò il macchinista che voleva andare a pranzo ad abbassare la tensione. “Lino te voi sbrigà, sembra che stai a svità nà lampadina”. A distanza di 45 anni quando telefono alla Fenech attacco con: “Edwige come stanno le lampadine?”».

Come nasce l’idea de “L’allenatore nel pallone”?

«Fu Nils Liedholm, l’allenatore della Roma, a darmi lo spunto. Prendevamo sempre l’aereo per andare a Milano e lui mi parlava di Oronzo Pugliese, un tecnico molto verace. Mi disse di fare un film su di lui. Ne parlai con il produttore Sergio Martino e lui, un po’ come aveva fatto Totò con me, lasciò al personaggio il nome Oronzo e indicò come cognome Canà. Il motivo? Quella lenza voleva girare il film in Brasile e così chiamò la moglie del mister Mara con la scusa dello stadio Mara-Canà».

Qual è il segreto a tavola per tagliare il traguardo dei 90 anni con la sua verve?

«La burrata. Sono passato dal latte di mia madre al formaggio fresco tipico delle Murge. Ancora oggi, pur non abusandole, la metto dappertutto».

Il suo rapporto con papa Francesco?

«Avevo conosciuto e frequentato sia papa Giovanni Paolo II e che papa Razinger che mi aveva ospitato in Vaticano. Bergoglio l’ho incontrato sette volte e gli ho espresso il mio desiderio di voler diventare il giullare del Papa: “Sanità, quando lei è incavolato mi chiama, io vengo qui, le racconto una barzelletta, la faccio sorridere e poi vado via”. Tra noi è nato un legame forte». 

 

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