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L’intervista

Giancarlo Antognoni, l’autobiografia: gloria, cuore e paure. «Vi racconto la mia vita da dieci. Un rimpianto? Nel mondiale del 1982...»

di Stefano Baccelli

	Giancarlo Antognoni durante il mondiale del 1982
Giancarlo Antognoni durante il mondiale del 1982

Il libro della leggenda viola e la fedeltà alla maglia: «Un erede? Non lo vedo, la figura del fantasista è sparita. Potevo andar via, ma qui mi hanno accolto in modo magnifico»

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FIRENZE. Da squadra di Serie A tra pochi mesi la Fiorentina celebrerà il centenario. Già questo è un ottimo viatico dopo lo spauracchio della cadetteria che solo pochi mesi fa pareva stagliarsi all’orizzonte. Il culmine dei festeggiamenti si terrà tra fine agosto e inizio settembre. Il 2 di quel mese infatti allo Stadio Artemio Franchi ci sarà la sfida tra Fiorentina All Stars e le Legends di Operazione Nostalgia. Un punto interrogativo sarà la partecipazione all’evento di una leggenda vivente della Fiorentina e del calcio italiano: Giancarlo Antognoni. «Difficilmente ci sarò, anche se ho ricevuto seppur per mail un invito».

È vero che ormai è desueta l’interlocuzione verbale, ma l’impressione è che ad esempio una telefonata potrebbe essere gradita dal campione. In ogni caso un tocco di classe non con gli scarpini ma con la penna in concomitanza dei festeggiamenti del secolo viola il Bell’Antonio lo ha comunque già assestato: è infatti uscito nel mese di giugno: "Una vita da dieci", la sua autobiografia, scritta con Luca Calamai, il cui sottotitolo è La mia storia tra la Viola e l’Azzurro (Piemme Editore). In ogni caso la sua presenza al Franchi sarebbe adrenalina pura non solo per il popolo Viola ma per tutti gli amanti del calcio.

L’assenza di una leggenda vivente al contrario renderebbe l’atmosfera meno elettrizzante. Del resto nel libro si legge che per Antognoni: la fedeltà è una forma di identità. La sua identificazione con città di Dante e la squadra viola emerge anche in questa intervista che ci ha gentilmente concesso.

Il titolo del libro è: una vita da dieci. È il voto che si è dato?

«No, per carità. A scuola non ho mai preso un dieci, se non in condotta o educazione fisica».

Da chi ereditato la maglia numero dieci?

«Da Picchio De Sisti che poi ho avuto come allenatore. Tra l’altro uno dei migliori»

Perché ha deciso proprio adesso di scrivere la sua autobiografia?

«Ricorrendo quest’anno il centenario della Fiorentina, la Mondadori mi ha proposto quattro o cinque mesi fa di far uscire questa pubblicazione nell’anno dell’evento. In questo progetto sussisteva soltanto il dubbio se realizzarlo anche in caso di retrocessione, poi per fortuna questa eventualità non c’è stata. Mi dispiace solo di essermi dimenticato di citare nel testo alcuni che lo avrebbero meritavano».

La Menarini l’ha eletta ambasciatore del fair play. Perché?

«Ho subito una sola espulsione in tutta la carriera: in una gara ad Ascoli per una gomitata involontaria. Di botte invece ne ho prese tante senza reagire».

Come giudica l’introduzione del Var?

«Positivamente. Con quello ai miei tempi avrei subito meno falli».

Tanta gloria e anche dei dispiaceri, uno su tutti?

«Non essere nella foto della squadra scesa in campo nella finalissima del Mondiale 1982. Aver giocato le sei partite antecedenti e non quella è un paradosso che mi ha perseguitato per anni. Ci voleva un var per farmici essere ma all’epoca non esisteva».

Che cosa intende dire?

«Nella partita contro il Brasile segnai un goal regolare che mi fu annullato ma il Var mi avrebbe concesso. In semifinale contro la Polonia per inseguire quel goal rubato mi sono fatto male e di conseguenza saltando la finalissima».

Si ricorda il derby in Serie A Fiorentina-Pistoiese del 1980?

«Stagione 1980-81: perdemmo per 1-2. Era una bella Pistoiese, con Badiani, Rognoni, Frustalupi, Berni, Borgo e altri».

Qual è la gara che le resta più impressa nella memoria?

«L’esordio non si dimentica mai. Era il 1972. Avevo 18 anni, ero appena arrivato a Firenze e partii titolare a Verona. Vincemmo 2-1. Ricevetti tanti complimenti».

Il trauma cranico subito in campo nel 1981 è stato il suo momento più brutto?

«In realtà no. Ci fu un versamento di sangue esterno senza danni cerebrali. Tutti ricordano quello scontro per la sua dinamica impressionante. Recuperai in quattro mesi e riuscii ad essere presente ai Mondiali del 1982».

Ha avuto infortuni più pesanti?

«Si, nel 1984 quando mi fratturai la tibia restando lontano dai campi di gioco per un anno e mezzo. In quegli anni non c’era la medicina di oggi. Era più difficile recuperare da determinati infortuni».

Vede un suo erede italiano all’orizzonte?

«Al momento no. Lo dico a ragion veduta avendo operato per dodici anni nelle Nazionali giovanili: dal 2004 al 2016 e adesso con l’U21. Osservo tanti ragazzi, ma la figura del fantasista e numero 10 purtroppo è un po’ sparita"».

È cambiato il gioco o i giocatori?

«Forse entrambi. Gli azzurrini hanno recentemente vinto due volte gli Europei con gli U17 e una gli U19. Ci sono buoni giocatori, ma non veri numeri 10. Che cosa può avere influito? Oggi i fantasisti sono giocatori in là con l’età come Messi e Cristiano Ronaldo che stanno facendo la differenza ai mondiali. Stiamo parlando di elementi di 38 e 41 anni. È chiaro che sono dei fenomeni, ma questo fa capire che la qualità tecnica nei più giovani sia diminuita».

Perché ai Mondiali negli anni Settanta e Ottanta la Nazionale Italiana era protagonista e adesso non più?

«La massiccia presenza di stranieri in ogni squadra ha inciso molto. Nell’82, ne figuravano un paio per squadra. Ricordo nella Fiorentina: Bertoni e Passarella. Adesso gli italiani sono al massimo tre-quattro per squadra».

Secondo lei perché quest’anno la Fiorentina ha sofferto nei bassifondi della classifica?

«La scala delle responsabilità vede sempre questa frequenza: società, allenatore, giocatori. Non sono andati benissimo i tecnici e comunque in campo va la squadra. Fa riflettere che ciò sia accaduto dopo il settimo posto della stagione precedente. Nell’ultima annata nulla ha funzionato bene. In molti sono andati al di sotto delle aspettative».

Nonostante le sue origini ha una cadenza nell’eloquio quasi fiorentina. Perché?

«Sono qui da cinquant’anni, qualcosa si prende».

La sua permanenza a Firenze così lunga come la spiega?

«Da giovane ci fu un momento in cui poteva succedermi di andare via, da adulto è stata una scelta ben precisa quella di restare. Qui sono stato accolto in modo magnifico. La gente e la città mi hanno eletto a beniamino».

Quando ha rischiato di andarsene dalla Fiorentina?

«Spesso il contatto per una eventuale cessione è avvenuto tra società, solo una volta sono stato avvicinato direttamente. Dino Viola, presidente della Roma, mi voleva a tutti i costi in giallorosso. Andai perfino a casa sua nel 1980 essendo nell’incertezza per un cambio di proprietà. Decisi di restare a Firenze perché la ricca famiglia fiorentina dei Pontello subentrò alla proprietà Martellini-Ugolini. Una gestione familiare fu sostituta da quella di un mecenate, che costruì una grande squadra. Nell’81/82 abbiamo sfiorato lo scudetto, poi ci furono altre annate da primissimi posti. Nel 1982 in cinque viola vincemmo il Mondiale: gli altri erano Galli, Massaro, Vierchowod e Graziani. Fu il periodo per me calcisticamente migliore».

Dopo quella fase che cosa accadde?

«Conclusi la carriera giocando due anni in Svizzera al Losanna, soprattutto per rilassarmi prima di smettere. Poi tornai alla Fiorentina da dirigente nel 1990 con Cecchi Gori fino al 2001».

Ha vinto più da dirigente o da giocatore nella Fiorentina?

«Paradossalmente da dirigente. Ho conquistato una Coppa Italia e una Supercoppa. Ho avuto Batistuta e Rui Costa come giocatori. Con Baggio ho giocato solo la partita Napoli-Fiorentina campionato 86.87 l’anno in cui il Napoli vince il campionato».

Aveva delle somiglianze con Batistuta a parte i capelli?

«No, lui tirava più forte di me, ma anch’io nel tiro non ero male. Ho il rammarico di non averci giocato insieme».

Quali sono le secondo lei le icone viola oltre quelle già ricordate?

«Julinho, Montuori, De Sisti, Merlo, Chiarugi, Toni. Ogni epoca ha avuto dei giocatori simbolo, oggi un po’ meno».

Come mai la Fiorentina come squadra non ha mai compiuto il salto di qualità?

«Molti fattori hanno influito. In ogni caso a Firenze si può anche non vincere ed essere amati dai tifosi, che però pretendono il bel gioco. Ed io sono dello stesso parere, visto che giocando bene i risultati arrivano».

Vede la Fiorentina nel suo futuro?

«Dopo cinque anni non credo. Penso alla Nazionale in cui il ruolo di capodelegazione della U21 mi soddisfa davvero moltissimo!».

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