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L'intervista

Dal campionato Uisp alla Serie A, il trionfo di Massimiliano Alvini: «Si chiude un cerchio». E ora il tifo per la sua Ferruzza

di Francesco Turchi

	Max Alvini, a sinistra sulla panchina della Ferruzza (foto Ac Ferruzza asd)
Max Alvini, a sinistra sulla panchina della Ferruzza (foto Ac Ferruzza asd)

L’allenatore del Frosinone racconta il suo forte legame con Fucecchio: «Sono rimasto il Max di sempre»

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FUCECCHIO. Ha scalato la piramide del pallone un gradino alla volta. Dalle panchine scarne e polverose degli amatori, a quelle decisamente più comode (seppur facilmente traballanti) dell’Olimpo.

E stavolta l’ultimo gradino l’ha salito con le proprie gambe, con il Frosinone. Perché il fucecchiese Massimiliano Alvini, classe 1970, in Serie A c’era già arrivato, nel 2022, quando rispose alla chiamata della neopromossa Cremonese, che poi lo esonerò dopo diciotto partite.

Venerdì sera il suo Frosinone si è mangiato il Mantova e ha chiuso il campionato di B al secondo posto, appena un punto dietro al Venezia, staccando il pass per il Paradiso pallonaro nazionale.

Mister Alvini, il suo Frosinone non era tra le favorite per la promozione. Quando ha capito che ce l’avrebbe fatta?

«Non c’è un giorno simbolico. Siamo stati tra le prime tre dall’inizio alla fine. Si lavora per ottenere il meglio, per vincere. E i risultati sono sempre arrivati in questa stagione».

Lei viene indicato come l’artefice di quello che può essere definito un miracolo sportivo: il grande salto con la squadra più giovane del campionato (23,4 anni di media)...

«Non mi piace usare quella parola. Direi che la nostra è una bella impresa».

La parola chiave?

«Disciplina. È alla base di tutto. Qui c’è una società straordinaria, guidata da un presidente, Maurizio Stirpe, che ha una grande visione e lo dimostra il fatto che questo club, che ha anche lo stadio di proprietà, va in Serie A per la quarta volta in undici anni. E io ho avuto la fortuna di essere scelto dal direttore sportivo Renzo Castagnini per lavorare con loro».

Lei ha iniziato allenando una squadra di amici della Ferruzza, nella sua Fucecchio, nel campionato Uisp, mentre faceva il rappresentante di suole da scarpe. Poi Signa, Quarrata, Tuttocuoio, Pistoiese, AlbinoLeffe, Reggiana, Perugia, Cremonese, Spezia, Cosenza e ora il Frosinone. Che effetto le fa quando guarda indietro?

«Con questa promozione si chiude un cerchio nella mia carriera. Avevo l’ambizione di conquistarmi la Serie A sul campo e ci sono riuscito. È una soddisfazione professionale enorme, che corona un percorso straordinario».

In terra ciociara ha trovato le condizioni ideali per lavorare...

«Sì, indubbiamente. Ma poi ci devi anche mettere del tuo. Nelle idee, nel campo. Aggiornandosi costantemente».

Al corso di Coverciano ha presentato la tesi “Dal modello di gioco alla preparazione della partita: affrontare il Napoli di Maurizio Sarri”. C’è un altro collega in particolare che segue con particolare attenzione?

«Luis Enrique, tecnico del Psg. Mi piace come fa giocare le sue squadre e per le idee che ha».

Adesso qual è il suo obiettivo?

«Voglio fare bene anche in Serie A, come mi è successo un po’ in tutte le categorie. Perché ogni tappa è stata importante per me. Conservo dei bellissimi ricordi di ogni piazza dove ho allenato».

Lo spartiacque è stato il Tuttocuoio, ora retrocesso in D. Quella di Ponte a Egola resta finora la parentesi più lunga della sua carriera, dal 2008 al 2015: dalla Promozione alla Lega Pro (da protagonisti), con tanto di Coppa Italia dilettanti in bacheca.

«Quella è stata una parentesi unica, straordinaria e irripetibile. C’era una società straordinaria. I dirigenti e i giocatori di quel Tuttocuoio mi hanno scritto anche in queste ore per complimentarsi con me. Siamo sempre rimasti in contatto. Ma in generale, devo dire che nell’ambiente ho buoni rapporti con tanti addetti ai lavori, a cominciare dai colleghi allenatori».

Lei è il personaggio calcistico del momento...

«Sì, lo vedo anche dal telefono (sorride, ndr). Ho risposto a circa 400 messaggi ricevuti su Whatsapp, me ne restano da leggere 1.250».

Ma lei è anche l’orgoglio di Fucecchio, dove è nato, cresciuto e iniziato ad allenare. I suoi amici di gioventù organizzano spesso delle “gite” per venire a vedere le sue squadre in ogni parte d’Italia...

«Sì e questo per me è un orgoglio. Lo fanno perché io sono rimasto il Max di sempre. Sono passati trent’anni da quando allenavo in paese. Sono invecchiato, un po’ ingrassato, ho meno capelli di allora. Ma non sono cambiato. Sono quello del bar, degli amatori, della mia Ferruzza...».

Come ha fatto a mantenere i rapporti nonostante il suo lavoro l’abbia portata continuamente in giro per l’Italia, da nord a sud?

«Facile: Fucecchio è il mio paese, è casa mia. E quando ho il giorno libero ci torno, vado dai miei amici, al bar, con le persone di sempre, i paesani di una vita. Ed è bellissimo che mi seguano dappertutto».

E poi a Fucecchio ci sono i suoi genitori.

«Babbo Mario, classe 1943. E mamma Giovanna, di tre anni più giovane. Nonostante l’età, venerdì sera hanno guardato la partita decisiva contro il Mantova e hanno gioito per me».

Il 24 maggio c’è il Palio nella sua Fucecchio. Lei è contradaiolo bianconero doc, della Ferruzza. Si dice che sperava nella promozione diretta, senza passare dai playoff, per non perdersi l’evento...

«E infatti tra due domeniche andrò in Buca (ride, ndr) per la mia Ferruzza. Con la speranza che questa impresa con il Frosinone ci porti bene e riusciamo finalmente a ritrovare quella vittoria che ci manca dal 1981...».

A proposito di radici, passando dai cavalli al calcio, la Ferruzza si gioca la finale Uisp a Montelupo contro la Casa Culturale San Miniato Basso...

«Lo so. E infatti domani (stasera, ndr) sarò in tribuna». 

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