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L’intervista

Renzo Ulivieri, festa per i suoi 85 anni e lui si racconta: «Calciatori troppo stressati? Una volta ne portai tre in acciaieria...»

di Luca Tronchetti
Renzo Ulivieri
Renzo Ulivieri

In occasione della votazione per l’assegnazione della “Panchina d’Oro”, l’ex tecnico analizza il momento del pallone a 360 gradi: «Vi dico chi è il miglior talento che ho allenato». E non è né Baggio né Mancini

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COVERCIANO. Sessant’anni trascorsi in panchina dopo una breve parentesi da giocatore, con 23 squadre dirette e oltre mille calciatori allenati, trainer per diletto nel calcio femminile, promotore del calcio camminato e oggi anche diplomato per guidare formazioni con disabilità intellettive e relazionali. In occasione della votazione per l’assegnazione della “Panchina d’Oro” a Coverciano, Renzo Ulivieri – icona del football di casa nostra – festeggia i suoi 85 anni nel ventennale della sua presidenza all’AssoAllenatori: «Un incarico che svolgo senza alcun compenso a titolo di volontariato. Quando mi dicono di essere attaccato alla poltrona replico che al massimo si tratta di una seggiola. Ho trascorso la giornata del mio compleanno con tutti i tecnici professionisti e in serata il momento clou è stato un collegamento web per un saluto a mia figlia Valentina, 26 anni, che lavora a Madrid».

A tre anni e mezzo (il 22 luglio del 1944) rimase ferito per lo scoppio della bomba piazzata dai tedeschi che fece 55 morti all’interno del Duomo di San Miniato: oggi teme lo spettro di un conflitto globale?

«Confesso, ho tanta paura. Credo ancora nell’uomo, ma temo che in questi tempi bui sia soggiogato dalle comunicazioni social. Più che dell’intelligenza artificiale ci sarebbe bisogno della nostra intelligenza attraverso un’istruzione più accessibile a tutti e uno studio più approfondito. Ai giovani consiglierei di rileggersi Antonio Gramsci. I suoi insegnamenti sono ancora attualissimi».

Cosa ha pensato quando ha visto il portiere della Cremonese, Audero, accasciarsi a terra colpito dal petardo lanciato dalla curva?

«Che oggi molte persone si alimentano con la violenza che è frutto dell’ignoranza. È un episodio triste da condannare senza appello, ma che va inserito nel contesto della quotidianità in cui viviamo. C’è una momentanea indignazione, ma poi ci si fa l’abitudine e si guarda oltre e si arriva al punto di non condannare lo sterminio di un popolo parteggiando per certi personaggi diventati gli incontrastati padroni del mondo».

Da allenatore ha avuto modo di lavorare con due tecnici poi diventati campioni del Mondo: Enzo Bearzot e Marcello Lippi.

«Sono stato assistente del Vecio per sei mesi a Prato in C (1968-69) in veste di preparatore atletico avendo ottenuto il diploma Isef. Era avanti sotto il profilo tecnico-tattico, imbattibile sul piano umano e morale. Aveva giocato nel Torino dopo Superga ed era talmente attaccato a quella maglia da confidarmi che avrebbe rinunciato alla possibilità di allenare la Nazionale se lo avessero richiamato in granata anche come semplice magazziniere. Lippi invece l’ho conosciuto alla Sampdoria. Io in prima squadra e lui alla guida della Primavera. Si pranzava insieme e ho subito intuito che poteva arrivare in alto. Faceva sacrifici, visto che prendeva un ingaggio light, ma aveva investito su se stesso. Se ci penso mi fa ancora rabbia: da allenatore della Juventus mi ha sempre battuto. Lippi come Bearzot credeva nella forza del gruppo: due numeri uno nella gestione dello spogliatoio con un’onestà feroce nella difesa dei calciatori».

Dica la verità, siamo ancora un popolo di poeti, santi, navigatori e commissari tecnici?

«Gli allenatori italiani che escono da Coverciano sul piano tattico e strategico sono i migliori al mondo. Gli stranieri però stanno apprendendo in fretta e da loro dobbiamo imparare la gestione complessiva dei club e la formazione del ragazzi del vivaio».

Quando diventò allenatore?

«La mia prima foto a 4 anni mi vedeva già con un pallone. Il calcio scorre nelle mie vene: babbo Ivo, operaio-comunista alla Piaggio, aveva giocato nel Pontedera, mio zio Sergio con i granata dal 1938 al 1941, mentre mio cugino Nerio ha giocato in A come centravanti a Foggia e Udine. Da ragazzo le prime partite: io nel San Miniato Basso, la squadra dei proletari, contro il San Miniato Alto, formazione dei borghesi. A 15 anni mi dettero in prestito alla Fiorentina. Giocavo centromediano nei campionati Juniores e De Martino, ma mio babbo voleva che finissi il liceo scientifico e mi svegliavo alle 4 del mattino per studiare. Con me c’erano futuri campioni del calibro di Albertosi, Greatti, Simoni, Dell’Angelo e capii subito che come calciatore avrei fatto poca strada. Così già a 20 anni, mentre giocavo nelle giovanili viola, iniziai ad allenare nei ritagli di tempo i ragazzi del San Miniato. E nel 1966 nella Cuoiopelli in D, complice l’alluvione, svolsi anche il ruolo di allenatore perché il tecnico che viveva in centro a Firenze era stato bloccato dall’acqua. Avrei voluto restare nel settore giovanile per sempre, ma dopo le due stagioni con la Primavera della Fiorentina vincendo anche il torneo di Viareggio, grazie a una super squadra che avrebbe trionfato anche senza nessuno in panchina composta da gente come Galli, Bruni, Sacchetti, Di Gennaro, mi venne proposta una panchina di Serie B (Terni, 1978) e iniziai così la mia avventura terminata nel 2008 nella Reggina».

Ci sono allenatori che ha cercato di prendere a modello?

«Non le mandavo a dire ed ero incline alle squalifiche. Ammiravo l’aplomb in panchina di Liedholm e Simoni. Giuro, mi sforzavo per diventare come loro. Il guaio è che al primo errore dell’arbitro tornavo ad essere il tecnico fumantino di sempre. Allora ho lasciato perdere».

La scaramanzia è ancora parte integrante del calcio?

«La superstizione è nell’indole di noi italiani e io faccio parte della schiera di quelle persone che dicono “Non è vero, ma ci credo”. A Vicenza mi comprai un cappotto color cammello e ogni volta che lo indossavo la squadra faceva risultato. Così, spinto dagli stessi calciatori, lo portai anche con il caldo afoso. Un amuleto che tornò comodo anche a Bologna dove vinsi due campionati. Sempre a Vicenza andai a comprarmi un paio di jeans e in quella settimana vincemmo. Così sono arrivato ad acquistare 13 paia di jeans. Poi, finalmente, abbiamo perso».

Qual è stato il miglior talento allenato?

«Potrei dire Baggio e Mancini. Invece potenzialmente il più forte di tutti era Alviero Chiorri. Aveva tutto: forte di testa, dribbling, fisicamente una bestia e il più veloce di tutti sui 100 metri. Non ha fatto carriera e non ha mai indossato la maglia azzurra perché non viveva soltanto per il calcio. Era molto interessato al genere femminile tanto che, il martedì, alla ripresa degli allenamenti gli facevo fare mezzo giro di campo e poi lo rimandavo negli spogliatoi lasciandogli di fatto un giorno in più di riposo. Un ragazzo di un’umanità eccezionale: non ci vedevamo da 30 anni e lui è venuto a trovarmi in ospedale a Roma dove sono stato ricoverato per quattro mesi e sottoposto a tre interventi chirurgici all’intestino».

Nel suo undici ideale c’è spazio per un giocatore-operaio di cui non farebbe mai a meno?

«Ce ne sono tanti. A Bologna, quando lasciai la panchina, li ribattezzarono “gli orfanelli”. Penso a Tarozzi, Paramatti, Magoni e il mio figlioccio, Torrisi».

Cosa replica a chi parla di stress nel calcio?

«Quello che misi in pratica al tempo della Ternana nei confronti di tre miei calciatori, Mitri, Codogno e Ratti, tutti vicini alla sinistra extraparlamentare. Un giorno, dopo l’allenamento, mi vengono a chiedere di essere in difficoltà perché in città mancano spazi aggregativi e culturali. Io li convoco alle 7 del mattino successivo allo stadio. Li faccio salire in auto e li conduco alle acciaierie per una visita agli altoforni con gli operai impegnati otto ore al giorno a quelle temperature. Solo allora capirono di essere dei privilegiati».

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