Sollicciano “esporta” detenuti a Prato ma si tiene gli agenti
Dopo la chiusura delle 7 sezioni fiorentine sono arrivati almeno 17 nuovi reclusi e altri da Pisa
PRATO. «Stanno buttando benzina sul fuoco» dice Donato Nolè della Funzione pubblica Cgil. Parla della situazione nel carcere della Dogaia, dove negli ultimi giorni sono arrivati almeno 17 detenuti dal carcere di Sollicciano in seguito al sequestro di 7 sezioni della casa circondariale fiorentina ordinato dal giudice per le indagini preliminari a causa delle precarie condizioni della struttura. A questi 17 se ne sono aggiunti altri due o tre trasferiti a Prato dal carcere Don Bosco di Pisa non si sa bene per quale motivo.
Sarebbero movimenti fisiologici che non creano problemi se la Dogaia non fosse già una delle carceri più affollate della Toscana, che prima ha dovuto fare i conti con una lunga serie di suicidi tra i detenuti e poi col proliferare di droga e telefoni cellulari anche nella sezione di alta sicurezza, quella dove finiscono i condannati per criminalità organizzata.
Ora nel carcere di Maliseti non ci sono più suicidi ma ci sono molti smarphone. Che non va bene, ma paradossalmente è un passo avanti rispetto al recente passato. Questo non significa che i problemi siano risolti. Tutt’altro, come dimostrano i periodici blitz ordinati dalla Procura per estirpare i microtelefoni e la droga dalle celle.
Questo fragile equilibrio potrebbe essere messo in crisi dalla redistribuzione dei detenuti di Sollicciano, anche perché una delle sezioni di media sicurezza della Dogaia è inagibile a causa di lavori di ristrutturazione.
«Lavori che si sa quando iniziano ma non si sa quando finiscono» commenta senza farsi illusioni il sindacalista Nolè. In quella sezione ci sono 25 celle che potrebbero accogliere dai 50 ai 70 detenuti. Ma bisogna comunque rispettare il limite minimo dei tre metri quadrati per detenuto, per evitare quanto successo nei giorni scorsi, quando a un detenuto per violenza sulla figlia è stato fatto uno “sconto” di 199 giorni sulla pena perché per 10 anni era stato in una cella troppo affollata. Su questo ha lanciato un allarme anche Margherita Michelini, garante per i detenuti.
«La situazione di Sollicciano farà implodere il sistema della Toscana – prevede Donato Nolè – E la cosa assurda è il silenzio dell’amministrazione, sembra che nulla sia accaduto. Non ci resta che aspettare sperando che non ci siano epiloghi drammatici, ma la situazione è critica».
Intanto anche altre case circondariali cominciano a sentire gli effetti della mezza chiusura di Sollicciano. Quella di Santa Caterina a Pistoia, ritenuta una delle strutture più tranquille, in pratica ha già raddoppiato i suoi ospiti.
E poi c’è la cronica questione degli organici, da sempre ritenuti insufficienti. Logica vorrebbe che se si spostano i detenuti, si spostino anche gli agenti di polizia penitenziaria, ma questo non è avvenuto. I detenuti da Sollicciano sono arrivati a Prato, ma non è arrivato un solo agente in più. È anche un problema burocratico, spiegano gli addetti ai lavori. In caso di chiusura di un carcere è tutto più semplice, ma quando come in questo caso vengono chiuse solo alcune sezioni diventa più difficile spostare gli agenti. Gli unici rinforzi sono arrivati nel ruolo dei commissari. Meglio di nulla, ma non basta.
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