Toscana
L’omicidio che svela il traffico: «Migranti da sfruttare nel tessile». L’inchiesta choc che parte dalla Toscana
La Procura indaga su una tratta degli “schiavi” per le fabbriche: tutto è partito dallo strangolamento di un 27enne in Ungheria
PRATO. L’omicidio di Ijaz Ashraf non è più soltanto un fascicolo per strangolamento ed estorsione. È diventato, per la Procura di Prato guidata da Luca Tescaroli, la crepa attraverso cui si intravede un sistema più ampio, strutturato e ancora attivo: un racket internazionale di migranti che dall’Est Europa e dal Pakistan porterebbe forza lavoro da sfruttare nel distretto produttivo pratese. Un circuito che non si sarebbe fermato con la morte del ventisettenne pakistano, ma che – secondo gli inquirenti – continuerebbe ad alimentare lo sfruttamento del lavoro, con altri terminali operativi in città.
Da dove nasce
L’inchiesta nasce due anni e mezzo fa dalla scomparsa di Ashraf, residente a Prato, regolare permesso di soggiorno, nessun lavoro ufficiale. Il 6 settembre 2023 due connazionali denunciano la sua sparizione alla Procura pratese. Poche ore dopo, in Ungheria, il corpo viene trovato lungo l’autostrada M7: strangolato con un cavo elettrico di plastica. Da quel momento l’indagine ricostruisce un traffico di migranti gestito tra Ungheria, Austria, Germania e Italia, con Prato come base logistica e punto di arrivo. Ashraf, secondo l’accusa, era uno degli ingranaggi del sistema: trasportava uomini senza documenti a bordo di una Mercedes Classe C, viaggi notturni, spostamenti rapidi, fino a mille euro a testa per ogni passaggio.
Ma il delitto, maturato dentro un conflitto economico tra soci, è solo il primo livello. Oggi la Procura conferma al Tirreno di guardare oltre. L’ipotesi è che quel traffico non fosse episodico né limitato a pochi soggetti, ma inserito in una rete più ampia di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, finalizzata a rifornire di manodopera a basso costo il distretto parallelo dell’economia pratese. Un sistema che, una volta arrivati in città, intercetta i migranti e li smista verso laboratori, terzisti, confezioni, spesso all’interno della filiera della moda. Insomma, gli inquirenti sono convinti esista una tratta che alimenta di “schiavi” il Macrolotto e i suoi satelliti industriali nel Pratese.
I sospetti
È qui che l’inchiesta cambia passo. I sospetti si concentrano sugli ultimi anelli della catena: aziende e subappalti – anche cinesi, ma non solo – che avrebbero beneficiato di quella manodopera invisibile. Un meccanismo di rinterzi e subappalti che rende opaca la responsabilità diretta, ma che da anni è sotto osservazione di sindacati e politica. I grandi brand, formalmente estranei ai reati, vengono ciclicamente richiamati a un controllo più rigoroso ed etico delle commesse, proprio per evitare che dietro un’etichetta si nascondano sfruttamento, lavoro nero e violazioni sistematiche dei diritti. Nel frattempo, il procedimento penale per l’omicidio va avanti. Uno dei due “amici” che avevano denunciato la scomparsa di Ashraf è oggi indagato per omicidio ed estorsione. I tabulati telefonici raccontano viaggi dall’Italia all’Ungheria nei giorni del delitto, telefoni spenti, chiamate automatiche a vuoto. Una testimonianza raccolta a Prato parla di una confessione indiretta: «Ho ucciso io».
La Procura non esclude che l’omicidio possa essere stato commesso proprio a Prato, con il corpo trasportato all’estero per depistare.
Ma il punto, ora, non è solo stabilire chi ha ucciso Ashraf. È capire perché. E soprattutto cosa c’è intorno. Per gli inquirenti, quel corpo abbandonato tra i rovi di un’autostrada ungherese è il segnale di un racket che vive di uomini reclutati, spostati, sfruttati. Un sistema che regge sull’anonimato, sulla paura, sulla ricattabilità. E che, nonostante un omicidio, potrebbe essere ancora in funzione. A Prato.
