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Pistoia

La sentenza

Pistoia, accusa il marito di abusi sul figlio ma era una montatura: condannata

di Paolo Nencioni

	Il Palazzo di giustizia di Firenze
Il Palazzo di giustizia di Firenze

Tre anni e otto mesi all’ex moglie anche per i maltrattamenti al bambino. La donna era arrivata a conservare lo sperma del coniuge per incastrarlo

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PISTOIA. Prima ha accusato il marito di averla maltrattata e poi, pensando che fosse poco, anche di aver abusato sessualmente del figlio di soli 4 anni. Ma secondo il Tribunale di Firenze le accuse erano false e per questo la moglie (ormai ex moglie) è stata condannata venerdì a tre anni e otto mesi di reclusione per calunnia e maltrattamenti. Questi ultimi nei confronti del figlio, a cui la magistratura le ha vietato di avvicinarsi.

È una storia terribile quella su cui è stata chiamata a pronunciarsi la giudice Anna Favi, che si è conclusa col ribaltamento delle parti. Quello che in origine era l’accusato, cioè il marito, è diventato la parte lesa (insieme al figlio); quella che in origine era l’accusatrice, cioè la moglie, è diventata la colpevole di una macchinazione diabolica e senza scrupoli.

C’è un particolare emerso durante il processo che dà la cifra di quanto una moglie sia disposta a fare pur di danneggiare l’uomo che evidentemente non ama più, nel corso di una causa di separazione. La donna sarebbe arrivata a conservare lo sperma del marito per metterlo sulle mutandine del figlio prima di portare il bambino all’ospedale pediatrico Meyer lasciando intendere che il piccolo potesse essere stato abusato dal padre. Di più: avrebbe praticato in più occasioni “ispezioni anali” sul bambino per simulare una violenza sessuale che non c’era mai stata.

L’obbiettivo era distruggere il marito, un importante imprenditore del settore alimentare, residente a Pistoia e con interessi a Firenze (le denunce da cui è scaturita l’accusa di calunnia sono state presentate nel capoluogo regionale e per questo il processo è stato celebrato nel Palazzo di giustizia di Novoli).

I due coniugi si erano conosciuti anni prima, lui già oltre i 40, lei di 11 anni più giovane, di nazionalità marocchina, con un passato di ballerina nei locali notturni. Dall’unione era poi nato un figlio e sembrava la prosecuzione di una storia felice, ma qualcosa si è guastato e nel 2021. Col bambino ancora piccolo, la moglie ha accusato il marito di averla sottoposta a maltrattamenti fisici e psicologici.

Informata come parte lesa dell’avviso di conclusione indagini nei confronti del marito, avrebbe deciso di metterci il carico da undici, aggiungendo alla prima accusa una molto più infamante: aver abusato sessualmente del figlio. Per questo ha fatto visitare più volte il bambino all’ospedale Meyer. E quando è stata informata che l’uomo era stato effettivamente indagato anche per violenza sessuale, ha sporto una denuncia nel marzo 2023 alla polizia di Firenze.

Era tutto apparecchiato per la completa rovina dell’imprenditore, che si è messo a fare indagini difensive col suo avvocato Pamela Bonaiuti ed è riuscito a ribaltare la narrazione tossica. Non ci ha messo molto, e già nel luglio del 2023 il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Firenze, Piergiorgio Ponticelli, con una corposa ordinanza cautelare, su richiesta del pubblico ministero Ornella Galeotti, ha imposto alla donna il divieto di avvicinamento al marito e al figlio. Ormai l’inganno era stato scoperto ed è iniziato il processo che si è concluso venerdì con la condanna della donna, nonostante la strenua difesa dell’avvocato Massimiliano Manzo, per due dei tre capi d’imputazione, la calunnia nei confronti del marito e i maltrattamenti nei confronti del figlio. Per il terzo capo, la presunta calunnia per l’accusa dei maltrattamenti subiti dal marito, la donna è stata invece assolta.

Ma nel corso del processo, grazie alle intercettazioni telefoniche, sono emersi anche particolari che farebbero sorridere se non ci fosse di mezzo la sofferenza di un uomo e di un bambino. Per esempio una sorta di “macumba” organizzata dall’indagata nei confronti dell’avvocata a cui si era rivolto il marito, con l’aiuto di parenti in Marocco, utilizzando le foto del legale prese da Facebook.

La “macumba” non ha funzionato e ora il marito, dopo cinque anni d’inferno, potrà prendersi cura del figlio, la vittima innocente di questa brutta storia.

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