Pisa, rivolta in carcere: chi ha scatenato la protesta violenta al Don Bosco – Dal pomeriggio all’alba: gli orari e la ricostruzione
I quattro detenuti ritenuti gli organizzatori della sommossa saranno trasferiti in altri istituti. Dietro la protesta, trasmessa anche sui social, il malcontento per le condizioni detentive e il ritrovamento di dispositivi investigativi nelle celle: dodici ore di tensione, trattative e barricate prima del ritorno alla calma
PISA. È servita un’intera notte di mediazione per sedare la rivolta scoppiata nel tardo pomeriggio di mercoledì 30 settembre nella sezione 2° piano giudiziario del carcere Don Bosco di Pisa e trasmessa in diretta da un detenuto albanese su Tik Tok, ottenendo migliaia di visualizzazioni. L’emergenza si è chiusa con l’arresto (di fatto una notifica) dei quattro promotori – tre albanesi tra cui il ventenne autore della diretta su Tik Tok e due quarantenni, oltre a un sudamericano tra i 35 e i 40 anni – destinati al trasferimento in altri penitenziari. Durante la rivolta un detenuto avrebbe minacciato di togliersi la vita con una lametta per poi essere salvato, mentre altri hanno riportato lievi ferite e sono stati accompagnati al pronto soccorso con l’ambulanza per accertamenti.
Il caos e la trattativa
Dalle 18 di mercoledì 30 settembre e l’alba di giovedì 1 ottobre sono state 12 ore di caos e tensione, che hanno richiesto un maxi sforzo alla polizia penitenziaria, con l’arrivo di reparti anche da Firenze, a cui polizia e carabinieri hanno dato manforte. Barricate create con materassi, letti e quant’altro, olio bollente gettato a terra e sulle scale, suppellettili date alle fiamme tra le urla di rabbia per il ritrovamento di cimici e microspie all’interno delle celle e le condizioni di degrado e sovraffollamento cronico in cui versa il penitenziario. Alla fine, dietro la promessa che non avrebbero subito conseguenze fisiche e che gli agenti penitenziari in assetto antisommossa schierati non sarebbero entrati in azione, tra le 5 e le 6 i “ribelli” hanno desistito. I promotori e gli altri detenuti direttamente coinvolti, degli oltre cinquanta presenti nella sezione, sono usciti dall’ala di cui avevano rivendicato il controllo e sono stati collocati in altre camere di sicurezza in attesa del trasferimento. Ad ascoltare le loro ragioni e poi convincerli, la direttrice della casa circondariale Alice Lazzarotto e la garante dei diritti dei detenuti di Pisa Valentina Abu Awwad, supportate dal personale specializzato della penitenziaria. «I detenuti hanno agito esasperati dalle condizioni di detenzione da tempo denunciate, gli interventi richiesti non devo più tardare» afferma la garante. In alcuni video comparsi sempre su Tik Tok si vede la direttrice interagire coi detenuti barricati che chiedevano di parlare anche con «un magistrato e i giornalisti». «Fateci entrare in sicurezza, non si farà male nessuno» le parole pronunciate nella trattativa da Lazzarotto.
Le cause
I detenuti della sezione si sarebbero arrabbiati dopo aver trovato nascosti in alcune celle dispositivi per registrare video e audio da usare a fini investigativi che sarebbero legati a un’indagine sullo spaccio in carcere. Sarebbe stata questa la goccia che ha fatto traboccare un vaso già colmo. La situazione del carcere di Pisa, ripetutamente denunciata a più livelli, è sotto la lente di ingrandimento da diversi mesi. A fronte di una capienza regolamentare di 199 detenuti, la struttura ospita oltre 300 persone, dato che ha registrato ulteriori aumenti variabili a seguito della chiusura di alcune sezioni a Sollicciano. Al sovraffollamento si aggiungono condizioni igienico-sanitarie insufficienti, bagni a vista, copiose infestazioni di cimici da letto e il diffondersi di patologie come la scabbia, «Siamo umani» dice a un certo punto l’autore della diretta social. Elementi che portano a inquadrare la rivolta come una tempesta prevedibile. Quella di maggior impatto, ma non l’unica.
Precedenti e indagini
Altri episodi c’erano stati nel 2020 e nel 2022, quando due giorni prima di Natale alcuni detenuti nordafricani guidarono un’azione di devastazione nella prima sezione 1° piano giudiziario per cui sono accusati di rivolta in istituto penitenziario e altri reati, in un procedimento che presto uscirà dall’udienza preliminare. Sui fatti di mercoledì sera in Procura sta nascendo inevitabilmente un’altra inchiesta, ma resta comunque un nodo da sciogliere. Quello dell’ingresso dei cellulari al Don Bosco, perché una ribellione “live” su Tik Tok non si era mai vista e, al netto delle carenze di personale segnalate, è lecito domandarsi come questo sia potuto succedere.
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