Il Tirreno

Pisa

L’intervista

Istituto Barco chiuso a Pisa, Panatta si schiera con il dottore: «Da quando mi cura non ho più dolori. Persona straordinaria, non si merita tutto questo»

di Luca Cinotti

	Adriano Panatta e il dottor Giovanni Barco
Adriano Panatta e il dottor Giovanni Barco

Il mito assoluto del tennis italiano tra gli anni Settanta e Ottanta ha contattato il Tirreno: «Quando vengo dai miei figli in Versilia vado sempre a fare un trattamento. E dopo, per almeno due mesi, sono a posto»

3 MINUTI DI LETTURA





PISA. Quando è venuto a conoscenza della vicenda dell’Istituto del dottor Giovanni Barco racconta di essere rimasto «molto amareggiato, perché gli voglio bene». E così Adriano Panatta, mito assoluto del tennis italiano tra gli anni Settanta e gli inizia degli anni Ottanta, ha deciso di contattare Il Tirreno per lanciare un messaggio di solidarietà per il dottor Barco. E lo fa con lo stile diretto che chi l’ha seguito anche nei suoi anni da commentatore sportivo o, più recentemente, sui social conosce bene: «Giovanni Barco non si merita quello che gli sta succedendo. Non entro nel merito della vicenda, ma spero davvero che tutto si possa risolvere bene e presto».

Il racconto dell’ex campione

Panatta racconta di conoscere Barco da almeno 15 anni. Come per tanti altri il primo approccio fu quello tra paziente e medico: «Mi rivolsi a lui per un po’ di acciacchi che avevo. Chi fa sport ad alto livello sa che queste sono cose che possono accadere: se ti va male succede durante la carriera, a me per fortuna i problemi sono iniziati dopo. Avevo dolori articolari e alla schiena, dovuti anche alla mia carriera nell’offshore (Panatta, dopo il tennis, si dedicò alla motonautica con ottimi risultati, ndr)»,

L’ex tennista non si ricorda chi fu a segnalargli Barco: «Probabilmente – racconta – venne fuori il suo nome mentre ero in un ristorante e mi lamentavo dei miei dolori. Qualcuno me lo consigliò e così lo contattai». Da quel momento inizia il rapporto con il medico. Anzi, Panatta preferisce di parlare di rapporti al plurale.

«Innanzitutto – spiega – c’è quello di carattere personale. Posso dire che siamo diventati amici e infatti l’ho sentito anche in questi giorni. Si tratta di una persona straordinaria, con una grande umanità. Non ho mai visto qualcuno lavorare con la sua intensità, fino a tarda notte, a volte ha appuntamenti fino alle 2. E ha una particolare attenzione verso persone che non hanno i mezzi economici per i suoi trattamenti: più volte ho visto la segreteria dir loro di andare senza pagare. Quello che gli sta accadendo l’ha davvero molto amareggiato».

L’aspetto medico

Poi c’è l’aspetto medico. Panatta racconta di aver avuto grandi giovamenti dalla cura con l’ossigeno poliatomico, la terapia utilizzata dal dottor Barco per tutta una serie di patologie: «Da quando ho iniziato a fare questo trattamento non ho più avuto alcun dolore, né alla schiena, né a spalla, ginocchia e gomito».

Insomma, una sorta di toccasana in particolare per gli atleti. Al punto che Panatta racconta di aver chiesto a Barco di prendere una strada ben precisa nella sua professione: «Volevo convincerlo a dedicarsi a un percorso sportivo. Mi ha detto che ci avrebbe pensato, ma poi ha continuato a seguire tutti i pazienti».

L’ex tennista racconta di continuare la frequentazione con Barco, sia sotto l’aspetto personale che professionale: «Purtroppo io abito a Treviso, quindi non ci sono molte occasioni di vederci. Ma quando vengo dai miei figli che abitano in Versilia vado sempre a fare un trattamento. E dopo, per almeno due mesi, sono a posto».

Panatta non è l’unico personaggio noto a schierarsi con Barco: ieri abbiamo pubblicato le lettere inviate dalla scrittrice Barbara Alberti e dal giornalista Jas Gawronski.

Inoltre, continuano ad arrivare decine di testimonianze da parte dei pazienti che si schierano con il medico e chiedono che le terapie che stanno seguendo non vengano interrotte.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Primo piano
Il lutto

Livorno, morta dopo il crollo del balcone: la prof Roberta Celli era tornata dal mare e stendeva i panni – L’attimo della tragedia

di Martina Trivigno