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Livorno, scende dalla nave con 50mila euro in contanti: denunciata

di Stefano Taglione
Finanzieri durante un controllo (foto d'archivio)
Finanzieri durante un controllo (foto d'archivio)

La donna, 48 anni, indagata per ricettazione. La somma è stata dissequestrata dal Riesame (con la conferma della Cassazione) perché non è pienamente provato il legale con il reato contestato

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LIVORNO. Non bastano le perplessità sulla provenienza del denaro né la cifra in contanti ritenuta “sospetta”. La Cassazione ha rigettato il ricorso della procura di Sassari e confermato il dissequestro di 50.400 euro in contanti, inizialmente bloccati dalla guardia di finanza labronica a una donna fermata allo sbarco di un traghetto nel nostro porto. Al centro della vicenda c’è una donna cinese di 48 anni, indicata come amministratrice unica di una società e indagata per ricettazione insieme all’azienda stessa.

La somma era stata rinvenuta durante un controllo delle fiamme gialle: 10.000 euro nella borsa e altri 40.400 euro occultati addosso, emersi dopo una perquisizione a seguito di alcune incongruenze nelle dichiarazioni rese ai militari intervenuti per la verifica. Per il tribunale del riesame di Sassari, che il 30 marzo scorso aveva annullato il sequestro preventivo disposto dal giudice per le indagini preliminari, non vi erano elementi sufficienti per ritenere integrato il “fumus” del reato di ricettazione. La decisione era stata impugnata dalla procura, che aveva insistito sulla sproporzione della somma, sulle modalità di occultamento del denaro e sulla presunta inattendibilità delle giustificazioni fornite dalla quarantottenne, oltre che sul sospetto di una possibile provenienza illecita delle somme. Nel ricorso in Cassazione, il sostituto procuratore generale Marco Patarnello aveva chiesto l’annullamento dell’ordinanza con rinvio, sostenendo che il tribunale non avesse adeguatamente valutato indizi come la dichiarazione ritenuta mendace della donna, la disponibilità di una somma di contanti particolarmente elevata e il possibile collegamento con reati fiscali o altre attività illecite.

La difesa, affidata all’avvocato Giuseppe Interrante, aveva invece insistito per l’inammissibilità del ricorso o, in subordine, per il rigetto. La Suprema corte, relatore il consigliere Piero Messini D’Agostini, ha però confermato l’impostazione del riesame sassarese. I giudici hanno ribadito un principio ormai consolidato: nel sequestro preventivo di somme di denaro non è sufficiente la sola “sproporzione” o la mancata giustificazione dei contanti per ritenere automaticamente la provenienza illecita, ma occorrono ulteriori elementi concreti e significativi che indichino il collegamento con un delitto presupposto. Nel caso specifico, secondo la Cassazione, il tribunale aveva correttamente evidenziato come la somma potesse anche derivare da attività lecite o da illeciti amministrativi o fiscali non qualificabili come reato presupposto, richiamando inoltre la documentazione contabile della società, che mostrava disponibilità liquide e incassi compatibili con il possesso del denaro. Non è stato quindi ravvisato alcun vizio di motivazione né una carenza tale da giustificare l’intervento della Corte di legittimità. Il ricorso della procura è stato quindi respinto, con la conferma del dissequestro delle somme.

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