I nostri soldi
Lucca, non erano collaboratori ma dipendenti: multa di 381mila euro al call center
La Cassazione chiude il caso iniziato con le ispezioni avviate nel 2012
LUCCA. Le ispezioni nel 2012, la sanzione nel 2017, il primo pronunciamento del Tribunale nel 2020, un secondo in appello nel 2021 e ora la Cassazione che chiude un cerchio iniziato oltre 13 anni fa.
Quello che era iniziato come un controllo dell’Ispettorato del lavoro in un call center alla periferia sud di Lucca è diventato un procedimento durante il quale tre sentenze hanno accertato la natura di lavoro subordinato per il personale contrattualizzato come autonomo o a progetto.
Al centro del contenzioso la sanzione da 381mila euro che la società deve pagare per le violazioni scoperte nel corso degli accertamenti durati mesi.
La Suprema Corte ha respinto il ricorso della Srl contro la sentenza d’appello che nel 2021 aveva concluso che «tutti i contratti oggetto di contestazione, nel concreto atteggiarsi del rapporto, si sono tradotti in un vero e proprio assoggettamento del collaboratore all’iniziativa, all’organizzazione ed alla disciplina prestabilite dall’imprenditore, sì che erano da riqualificare in termini di subordinazione».
Il personale, una ventina di unità in ordine variabile secondo delle commesse ottenute dai titolari, svolgeva attività di contatto per proporre i prodotti delle aziende – bancarie e non solo – che avevano scelto la Srl per promuovere i loro business. Il lavoro era quello di stare alla postazione e telefonare ai potenziali clienti.
La società si è sempre difesa sostenendo che erano i collaboratori a «comunicare, di settimana in settimana, giorni e turni per i quali si rendevano disponibili e che, dunque, potevano decidere quando recarsi al lavoro».
L’ammontare dei compensi dipendeva soprattutto dai contratti stipulati e solo in minima parte dall’orario: a fronte di 4, 10 euro per ogni ora lavorata si riconoscevano da 10 a 24 euro per ogni posizione chiusa.
I giudici, dal primo grado alla Cassazione, hanno riconosciuto per i lavoratori la condizione di subordinati e non di collaboratori autonomi o a progetto. Questo per le condizioni e gli obblighi imposti dalla società che avrebbe dovuto applicare la norma che dall’agosto 2013 impone «all’imprenditore di assicurare, in contratto, lo stesso trattamento economico (quanto meno non inferiore a quello) previsto dalla contrattazione collettiva di riferimento».
Non aver proceduto con quell’approccio contrattuale ha portato alle violazioni tradotte in 381mila euro di sanzioni.
Nel corso del procedimento sono state acquisite anche diverse testimonianze del personale.
«Dalle numerose, pressoché univoche, dichiarazioni rese dai collaboratori in sede ispettiva, confermate in sede giudiziale dai testimoni escussi, ciascuno dei collaboratori era chiamato a svolgere servizio senza alcuna autonomia nelle modalità di svolgimento del colloquio con l’utente, sulla base di un “copione”, ovvero “script” prestabilito, con identificazione del numero da contattare che compariva automaticamente sullo schermo del terminale utilizzato senza dunque possibilità di autogestione dei tempi di esecuzione della prestazione – si legge nella sentenza d’appello -. La prestazione era supervisionata da dipendenti dell’azienda o da altri collaboratori più esperti che verificavano anche la durata delle conversazioni».
Il collaboratore svolgeva la propria prestazione all’interno di fasce orarie di 4 ore predeterminate dall’azienda.
Una testimone fece mettere a verbale che un supervisore «controllava il nostro operato, verificava le nostre telefonate, come le facevamo, se rispondevamo male ai clienti, se andavamo in pausa e quanto ci stavamo, se seguivamo lo script oppure no. Poi in particolare si affiancava ai nuovi e interveniva direttamente in caso di conclusione del contratto».l
