Il Tirreno

Livorno

Basket: l’intervista

Cole Turner, in the name of love: «Cerchiamo investitori negli States, spenderemo ogni dollaro per la Libertas» – Tutto sul futuro amaranto

di Giulio Corsi

	Cole Turner, davanti alla sede del Tirreno e con Marco Benvenuti 
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Cole Turner, davanti alla sede del Tirreno e con Marco Benvenuti 

Il 33enne americano è il Ceo della Benvenuti Limited Liability Company, scelto da Marco Benvenuti, di cui era amico carissimo, come amministratore dei suoi beni e in questo ruolo membro del consiglio di amministrazione della società amaranto

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LIVORNO. L’appuntamento è alle 10 di mattina davanti all’Hotel Palazzo. Cappellino Libertas in testa, maglietta bianca, pantalone mimetico. Cole Turner sale in auto e il percorso verso la redazione del Tirreno diventa l’inizio di un viaggio nel tempo e nello spazio, nei ricordi e nei sogni. «Quanto mi piace passare per le strade di Livorno», racconta il Ceo della Benvenuti Limited Liability Company, scelto da Marco Benvenuti come amministratore dei suoi beni e in questo ruolo membro del consiglio di amministrazione della società amaranto. «Il viale Italia col mare accanto, la gente che corre e va in bicicletta, per me è fantastico», sorride. L’auto si ferma al semaforo di via Delle Sedie. All’angolo c’è il giardino pubblico intitolato a Roberto Benvenuti, sindaco per 7 anni e poi senatore. «Non l’ho conosciuto direttamente, Roberto, ma Marco me ne parlava sempre. Qui invece siamo in via Calzabigi - dice lui, come se fosse di Livorno -, dove Marco abitava con la famiglia. Mi ci aveva portato lui». Strani gli intrecci del caso. Il suo cognome è lo stesso di un giocatore che a Livorno tanti ricordano con affetto, John Turner, di cui Marco Benvenuti è stato fan ai tempi in cui frequentava la curva del Don Bosco. Ma il suo nome, beh, quello è un pezzo di storia della Libertas: "Gary Cole, you know him?". «Sure», risponde Turner. «Certamente. È Abdul. Ho la sua maglia a casa, quella della Peroni Analcolica, bellissima. È di Marco, una delle shirt a cui teneva di più. Che giocatore era Jeelani...». La sua settimana a Livorno sta scorrendo tra mille impegni legati alla Libertas, ma anche qualche parentesi di ferie. «Sono stato a Firenze cinque ore, è bellissima. Più tardi mi aspetta Tommaso per lavoro, domani (oggi, ndr) partirò con la squadra per Mestre, viaggerò sul pullman dei ragazzi. Poi a Campobasso a vedere il debutto delle Ladies. Lunedì l’aereo da Firenze a Parigi e da lì il volo diretto per Las Vegas». Quando arriva in redazione e nella Libertas zone vede il grande poster di Benvenuti alla parete, accanto alle locandine del trionfo di Roseto e alle foto di Fantoni e Forti dopo un derby vinto, si batte il petto con il pugno. È la pagina del Tirreno con cui la Fondazione ha voluto omaggiare il patron. «Lo so, ne ho una copia a Las Vegas», racconta.Poi nella sala riunioni inizia questa lunga intervista, con la collaborazione linguistica della collega Francesca Suggi, tra sentimenti e lavoro, affetti e business.Cole, è la prima volta a Livorno senza Marco.

Come stai vivendo questi giorni?

«Sono emozioni fortissime, su tutti i fronti. Un continuo alternarsi di tristezza e felicità. Sono felice di poter essere qui e di poter portare avanti quello che era il sogno di Marco. Ma ci si sente sempre tristi al pensiero che non sia lui a continuarlo».

L’amore dei tifosi della Libertas per Benvenuti si sta riversando su di te. Percepisci questo sentimento e che emozione ti trasmette?

«Sì, lo sento forte. Fin dalla mia prima volta a Livorno, ho sempre sentito l’amore del popolo libertassino. Penso che ora tutti noi, che amavamo Marco, tutti noi che amiamo la Libertas, siamo uniti da un forte legame e questo ci dà qualcosa di comune da condividere. Per me è speciale sentirmi così ben accolto. It’s a blessing, è una benedizione».

La tua amicizia e il tuo legame con Marco sono stati molto intensi: com’è nata e come si è sviluppata questa friendship lunga 17 anni?

«È iniziato tutto tramite il basket all’Università del Nevada, la Unlv, dove, quando ero un ragazzo di 16-17 anni, l’ho conosciuto alle partite del team di pallacanestro, dato che eravamo entrambi dei grandi tifosi. Una volta andato all’università e iniziato gli studi lì, ho fondato un’organizzazione studentesca, che è stata sostenuta da Marco, e così ci siamo avvicinati lavorando per un obiettivo comune per il basket della University of Nevada. Il nostro rapporto si è intensificato ancora quando dopo un paio d’anni, ho fatto un tirocinio e ho lavorato a Duetto, la sua società. Nel frattempo mi sono laureato in Scienze Politiche e siamo diventati semplicemente amici».

Un’amicizia nel segno dello sport…

«Ho iniziato a lavorare nel mondo dell’hockey a Las Vegas. Nel posto in cui lavoravo, Marco si allenava, stava imparando a giocare a hockey e ho avuto modo di essere lì, vederlo imparare e inseguire anche quel sogno, che amava moltissimo. È stato un periodo fantastico. Poi mi sono trasferito a Nashville e il nostro rapporto a distanza era fatto di messaggi e telefonate, finché sono tornato a Vegas. Lavoravo da remoto quindi potevo farlo da ovunque. E fu lì che Marco mi disse: "Ho bisogno di aiuto a Houston, puoi venire a lavorare da qui per un po’ e stare con me?"».

La malattia era sopraggiunta…

«Sì. A settembre 2024, mi sono praticamente trasferito a Houston e sono rimasto con lui per i mesi precedenti all’intervento e anche dopo. Stando con lui ogni giorno lì, quando è tornato a Vegas dopo l’intervento, tra l’altro riuscitissimo, andavo a casa sua tutti i giorni per aiutarlo come potevo e fargli sentire la presenza di un amico...».

Era l’inizio del coinvolgimento di Benvenuti in Libertas…

«Marco era già coinvolto con la Libertas allora, ma ne parlava fin dai primi tempi in cui ci conoscemmo, ricordava a tutti lo scudetto del 1989, l’Enichem di Fantozzi e Alexis. Ero con lui quando ha ricevuto la chiamata per diventare presidente: era letteralmente impazzito dalla gioia e orgoglioso di iniziare quel percorso».

E insieme siete venuti a Livorno.

«Siamo venuti gli ultimi due mesi della prima stagione: è stata la mia prima esperienza in città ed è stata bellissima».

Finì con la salvezza nello spareggio di La Spezia contro Vigevano.

«Già, quella serata in cui ottenemmo la permanenza in A2 è un ricordo incredibile, la sua felicità a bordo campo, lui che urlava e alzava le braccia, il popolo libertassino sugli spalti. Da lì Marco poteva far partire i suoi grandi progetti per la squadra».

Ma il ritorno negli States coincise col risveglio della malattia…

«Quando si è ammalato di nuovo a settembre, abbiamo iniziato a tornare a Houston ogni due settimane. Io stavo ancora lavorando, viaggiavamo tanto, su e giù, sempre insieme mentre lui faceva il presidente della Libertas da migliaia di chilometri da Livorno, ma come se fosse qui».

È passato quasi un anno dall’ultima volta che l’abbiamo visto dal vivo, in Italia.

«Siamo tornati qui lo scorso ottobre, è stato il suo ultimo viaggio. Penso che lo sapesse. Fu una cosa decisa all’ultimo minuto e penso sia stato uno dei suoi ricordi più belli, poter tornare qui ancora una volta, rivedere tutti, vedere le fondamenta di ciò che la Libertas stava costruendo. Questo lo ha reso molto felice e desideroso di continuare il suo progetto. In seguito, abbiamo trascorso quasi ogni giorno insieme: vivevo con lui a casa sua a Las Vegas. Sempre insieme, ogni giorno a lavorare sulla Libertas, ma a lavorare anche sui miei progetti... Mi ha aiutato ad avviare la mia azienda ad aprile».

Anche in quel caso c’era lo sport di mezzo.

«Certamente. La mia azienda opera nel settore dello sport, tecnologia sportiva per squadre giovanili negli Stati Uniti».

Sappiamo che avrebbe voluto tornare per un’ultima volta a Livorno. Per dare l’ultimo five ai suoi giocatori e ai suoi amici.

«Ci abbiamo provato in tutti i modi, lo voleva, ma non poteva. Ho cercato un jet privato che lo portasse qui. Abbiamo fatto varie ipotesi, scali a New York e tappe ovunque per permettergli di riposare e interrompere il viaggio rendendoglielo meno duro, ma davvero era impossibile».

Francesco Marinari, amico fraterno di Benvenuti ci ha raccontato in un’intervista il Marco italiano. Com’era invece il Marco americano, quello che avevi conosciuto tu, che è poi il Marco più attuale? «Ho letto le bellissime parole di Checco. Marco era un uomo di passione. Penso si vedesse in tutto ciò che faceva: ogni cosa al 100%, con il cuore e con la mente. Se decideva che avrebbe fondato Duetto, la sua azienda, e ci avrebbe lavorato, ci metteva tutto se stesso. Ed era così con i suoi amici, con i suoi dipendenti nelle vesti di manager, con le persone che lavoravano per lui. Se ti sceglieva per lavorare con lui, ti dava tutto ciò di cui avevi bisogno da parte sua. Per me, come mio mentore e mio amico, per qualsiasi cosa in cui potesse aiutare o aiutarmi ad imparare, era sempre disponibile. Penso che questo fosse il suo modo di vivere: se decideva di fare qualcosa, ci si dedicava con tutto se stesso. Non penso che sia cambiato dall’Italia agli Stati Uniti, penso fosse semplicemente Marco. La cosa importante per me è il modo in cui amava: quando sceglieva chi amare, lo faceva con tutto il cuore. Questa è una cosa che ho imparato da lui, che ho apprezzato e con cui spero di continuare a vivere la mia vita: quando scegli di amare, fai tutto il possibile per quell’amore. E questo vale per le persone, per gli affari, per la Libertas, per tutti i suoi tifosi: era con tutto il suo cuore per loro».

Ferencz Bartocci ha parlato proprio di amore nella scelta di Benvenuti di nominare Fantoni presidente.

«È così. We need someone that loves Libertas, diceva, abbiamo bisogno di uno che ami davvero la Libertas. Uno dei miei compiti in questo viaggio a Livorno era parlare con Tommaso. Sono contento che abbia accettato».

C’è un ricordo che non puoi dimenticare?

«Ce ne sono molti. Bisogna risalire al 2014, gli anni del basket di Unlv. C’era stata una partita contro una squadra da top 10, un grande match. Giocavamo in casa a Vegas, abbiamo vinto e tutti i tifosi hanno invaso il campo. C’è una foto bellissima di me e Marco in piedi sulle sedie che ci urliamo in faccia dalla gioia... È indelebile per me. Guarda qui la foto, ce l’ho sul cellulare (la cerca tra migliaia di immagini e la mostra). Quando vedo questa foto, immagino e voglio quella passione e quella celebrazione nella mia vita. Ma è mia, un momento nostro, non pubblicarla, please».

Benvenuti era un uomo di successo, ma allo stesso tempo la sorte è stata crudele con lui. Ha perso i genitori da giovane e nel momento migliore della sua vita, dei suoi affari, è arrivata la malattia. Tu gli sei stato sempre vicino fino all’ultimo secondo. Qual è stato il suo ultimo pensiero, se puoi e vuoi raccontarlo?

«Potrebbe sembrare incredibile, ma riguardava la Libertas».

Davvero? Anche l’ultimo pensiero?

«Nell’ultima conversazione, nell’ultima vera conversazione, abbiamo passato un paio d’ore insieme. Era il 19 o il 20 agosto. Eravamo ancora a lavorare sulla Libertas, a pianificare per la Libertas. Lui continuava a dare indicazioni per la Libertas. Prima di spegnersi, era concentrato su questo. Era il suo amore».

Ti ha detto qualcosa che vuoi raccontare?

«A me personalmente ha detto un "grazie". Un "grazie" e "continua così"».

Abbiamo scritto che sei nel cda per portare avanti dagli States la linea di Marco, rappresentando il suo genio, il suo talento, il suo amore, la sua visione. Quali sono le linee e le indicazioni che ti ha lasciato da portare nel futuro? E come intendi portare avanti la sua eredità morale?

«Penso che parte del motivo per cui mi ha portato così a lungo a Livorno fosse proprio per farmi innamorare della città, del posto e delle persone. Per quanto riguarda il piano, Marco purtroppo sapeva cosa stava per succedere, quindi abbiamo passato del tempo a preparare i passi futuri per la sua azienda che detiene la Libertas e la Libertas Femminile, mettendo tutto in chiaro in modo da sapere tempistiche, obiettivi nel tempo e ciò che dobbiamo fare per sostenerla a lungo termine. Quindi per me, dalla mia posizione, si tratterà di continuare ora con il sogno della promozione in A1 della squadra maschile che è l’obiettivo numero uno per Marco, per me, e spero per tutti. Per le donne invece lavoriamo per poter arrivare a vincere un campionato in A1».

E dal punto di vista aziendale?

«Abbiamo il conforto del tempo per pianificare e costruire, ma dobbiamo rendere la Libertas in grado di camminare sulle proprie gambe senza il trust. Quindi abbiamo tempo, ma dobbiamo iniziare a lavorare in quella direzione».

Puoi spiegare esattamente com’è strutturato questo trust, cioè l’istituto giuridico che Benvenuti ha utilizzato per la gestione del futuro senza di lui?

«È lì che risiedono tutti i suoi fondi. La Benvenuti LLC è di proprietà del trust, e il trust ha essenzialmente come unico scopo quello di finanziare la Libertas. Quindi è lì che stanno i soldi e da lì per noi vengono investiti».

Dunque sono soldi investiti, che danno rendimenti che vengono girati alla Libertas?

«Sono gestiti dalla stessa figura che gestiva le finanze per Marco. Quindi la stessa persona li gestisce ancora, e speriamo che quei fondi crescano! Ma è tutto comunque stabilito: secondo le sue volontà, tutto ciò che proviene da lì va alla Libertas per il settore maschile, femminile, Baskin, basket in carrozzina, le giovanili... Man mano che ne avremo bisogno, spenderemo per sostenere tutti i settori».

E la Benvenuti LLC, di cui tu sei amministratore, cosa gestisce oltre alla Libertas?

«La LLC Benvenuti detiene il 70% della Libertas maschile e il 100% della femminile. Ma ci sono anche altre attività, come l’hockey e alcune startup in cui Marco credeva».

Nell’hockey qual è l’impegno?

«È destinato in particolare a una squadra di hockey giovanile di ragazzi tra i 18 e 21 anni. Siamo partner di minoranza. Era la squadra di Marco. Ma venderemo quelle quote, se possiamo fare soldi, per la Libertas».

C’è molta curiosità rispetto al testamento di Marco.

«Non è ancora stato aperto. In Nevada ci vogliono circa tre mesi, bisogna aspettare. Negli States per le ultime volontà e le successioni serve tempo, ed è per questo che usiamo i trust: perché sono immediati e ti permettono di andare avanti con gli obiettivi, altrimenti dovresti aspettare. Lui ha configurato la situazione così, in modo che non ci fosse alcuna pausa per la Libertas».

Da Ceo della Benvenuti LLC, sei il detentore delle chiavi della cassaforte amaranto. Quanto tempo di vita ha la Libertas per vivere soltanto con i fondi lasciati da Benvenuti e i rendimenti che essi producono?

«Se continuiamo a spendere come abbiamo fatto in passato, almeno due anni. Questo qui e il prossimo. Ma forse anche il 2028. Quel che è certo è che la nostra azienda spenderà ogni dollaro per la Libertas. Dunque spenderemo tutto, ma dobbiamo essere più intelligenti su come spendere. E dobbiamo trovare ogni flusso di ricavi possibile per sostenere la spesa di Libertas. Non importa se arrivi da ticketing, merchandising, sponsor, tutto ciò che possiamo fare per ottenere ricavi ci aiuterà a crescere».

È un messaggio importante per il mondo Libertas: c’è ossigeno finanziario per due-tre anni, ma dai manager ai dirigenti ai tifosi ci sarà da spendersi in idee e ricerca di finanziamenti.

«Il management lo sa bene. È importante che lo facciano, che tutti lo facciamo. Dobbiamo cercare ogni possibilità per ottenere intanto uno sponsor, ma che come dice Ferencz riconosca il valore del mondo Libertas. Non ci si svende».

Sarai il ministro delle finanze amaranto. Come intendi svolgere questo ruolo? E hai già dei piani di spesa?

«Per questa stagione sì. Li abbiamo definiti con Marco e Ferenz. L’importante è garantire ai giocatori, allo staff, alla Libertas le condizioni migliori per lavorare. Questa è la strategia di Marco: in Libertas si deve stare bene».

È vero che sei impegnato in prima persona alla ricerca di un investitore negli Stati Uniti?

«Sì. Parte del mio obiettivo e del mio lavoro è trovare più investitori sul lato americano. Ma se troviamo in Italia, qualcuno che già ama Livorno, è meglio. Vogliamo gente che sappia amare la Libertas, più soggetti saranno e meglio sarà».

Marco aveva iniziato a lavorare negli States a caccia di finanziatori?

«Sì e no. Lui ha sempre parlato di Libertas a chi incontrava e incontrava anche persone importanti. Il mondo delle Aces per esempio segue la Libertas da Las Vegas, è inusuale per gli americani seguire il basket italiano. Marco ha sondato molte persone. Ora dovrò continuare il suo lavoro. In questo momento abbiamo ancora tempo, ma dobbiamo iniziare a lavorare per prepararci».

Qual è l’investore perfetto per entrare in Libertas?

«Una persona o una società che guarda Livorno e dice ok, questo è un affare in cui credo. Voglio che qualcuno investa emozionalmente, credendoci. È qualcosa che ho imparato da Marco: serve qualcuno che ami, che abbia passione».

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