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Livorno, quattro cittadini su dieci soffrono di ipertensione e non lo sanno: «Uno dei principali fattori di rischio per infarto o ictus»

di Martina Trivigno
Livorno, quattro cittadini su dieci soffrono di ipertensione e non lo sanno: «Uno dei principali fattori di rischio per infarto o ictus»

A parlare è Emilio Maria Pasanisi, primario della Cardiologia dell’ospedale di Livorno, che è il direttore, insieme a Umberto Baldini, della 23esima edizione del congresso LivornoCuore

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LIVORNO. Secondo una recente indagine, quattro pazienti su dieci sono ipertesi senza saperlo. Emilio Maria Pasanisi, primario della Cardiologia dell’ospedale di Livorno, è il direttore, insieme a Umberto Baldini, della 23esima edizione del congresso LivornoCuore, che ogni anno richiama in città grandi specialisti del panorama cardiologico italiano. E tra i temi al centro dei lavori - in programma dal 1° al 3 ottobre all’Hotel Rex di Antignano - ci sarà anche l’ipertensione arteriosa.

Dottore, ancora oggi tante persone non sanno di avere la pressione alta. Come mai?

«Perché l’ipertensione, soprattutto quando è lieve, non dà sintomi. È questo che la rende pericolosa: una persona può avere valori elevati per anni e sentirsi perfettamente bene. Ma l’ipertensione è uno dei principali fattori di rischio per infarto, ictus, fibrillazione atriale e insufficienza renale. Il problema è che quando dà un segnale, spesso il danno è già iniziato».

Quindi non dobbiamo aspettare i sintomi.

«Assolutamente no. Bisogna misurare la pressione e fare controlli periodici. Anche un semplice esame delle urine può darci informazioni importanti: la presenza di albumina, che normalmente non dovrebbe essere presente in quantità significative, può indicare un danno del filtro renale. E il rene è uno degli organi maggiormente esposti alle conseguenze dell’ipertensione».

Ma se la pressione è solo lievemente alta bisogna subito prendere farmaci?

«Non necessariamente. Se l’ipertensione è lieve e il rischio cardiovascolare complessivo è basso, il primo intervento è migliorare lo stile di vita. Quando invece si sommano diabete, obesità, colesterolo elevato, aterosclerosi o altri fattori di rischio, la situazione cambia e può essere necessario ricorrere ai farmaci».

I farmaci, però, ci sono. Qual è allora il problema?

«L’aderenza terapeutica. Perché le armi le abbiamo. Il problema è usarle».

Perché il paziente smette di prendere la terapia?

«Per diversi motivi. Dimentica la compressa, ha effetti indesiderati, oppure semplicemente pensa di non averne più bisogno perché sta bene. Ma proprio questo è il paradosso dell’ipertensione: la terapia funziona e il paziente, sentendosi bene, pensa che non serva. È importante spiegare che il farmaco non cura il sintomo: riduce nel tempo il rischio di infarto, ictus, scompenso e danno renale».

Quando la terapia farmacologica non basta, cosa si può fare?

«Esiste l’ipertensione resistente, cioè quella che rimane difficile da controllare nonostante una terapia adeguata. In pazienti selezionati esiste anche la possibilità della denervazione delle arterie renali. In altre parole, attraverso un catetere si interviene sulle fibre nervose che circondano l’arteria renale, riducendo i segnali che contribuiscono a mantenere elevata la pressione. Non sostituisce i farmaci, ma può essere un’ulteriore possibilità. Ne parleremo proprio a LivornoCuore».

A che età bisogna iniziare a controllare la pressione?

«Il concetto di prevenzione dovrebbe iniziare molto presto: l’ipertensione può essere presente anche in età pediatrica e in una piccola percentuale di casi è legata a cause secondarie che devono essere individuate. Oggi il medico di famiglia e la medicina sportiva hanno un ruolo fondamentale. La misurazione della pressione è una manovra semplice, ma può intercettare una malattia prima che diventi clinicamente evidente».

Ma quanto conta la prevenzione?

«Quello che vediamo in Cardiologia è spesso la punta dell’iceberg. L’infarto, l’ictus, la stessa fibrillazione atriale e lo scompenso sono l’espressione finale di processi che iniziano molti anni prima. Se vogliamo davvero ridurre la malattia cardiovascolare dobbiamo intervenire quando il paziente sta ancora bene».

E quanto conta lo stile di vita?

«Moltissimo. E non parlo di ricette complicate: attività fisica adeguata all’età, alimentazione equilibrata, controllo del peso, poco sale, niente fumo e consumo moderato di alcol. L’attività fisica deve essere "sartoriale": ciò che va bene a un trentenne non necessariamente va bene a un settantenne. Nell’anziano dobbiamo inoltre prestare attenzione alla perdita di massa muscolare».

E quando lo stile di vita non basta?

«Bisogna fidarsi del medico e assumere correttamente le terapie prescritte. Vale per la pressione come per il colesterolo, il diabete e tutti gli altri fattori di rischio. Abbiamo farmaci efficaci, ma una terapia prescritta e non assunta equivale, di fatto, a non avere quella terapia».

Ma il congresso LivornoCuore non parlerà soltanto di ipertensione.

«L’ipertensione è uno dei fili conduttori perché attraversa moltissime patologie cardiovascolari, ma parleremo anche di fibrillazione atriale, che aumenta con l’età e che è legata al rischio di ictus e scompenso cardiaco. Parleremo di scompenso, di cardiopatie, di aritmie e delle nuove possibilità interventistiche. Ma anche di prevenzione, obesità, diabete e colesterolo. Il concetto è quello di non affrontare il cuore in maniera isolata».

Che dire delle procedure interventistiche della Cardiologia?

«A Livorno, con l’équipe della nostra Emodinamica diretta dal dottor Nicola Ciabatti, abbiamo sviluppato procedure per i pazienti con ictus criptogenetico (di cui non si riesce a determinare la causa esatta, ndr) come la chiusura del forame ovale pervio: da quando son arrivato abbiamo trattato oltre 50 pazienti. Abbiamo inoltre introdotto la chiusura dell’auricola sinistra nei pazienti con fibrillazione atriale che non possono assumere anticoagulanti per l’elevato rischio di emorragia. È una procedura che permette di ridurre il rischio di tromboembolia».

E sul fronte della fibrillazione atriale?

«Con l’équipe diretta dalla dottoressa Federica Lapira abbiamo iniziato ad adoperare la nuova tecnologia per l’ablazione della fibrillazione atriale, quella che utilizza "l’energia a campo pulsato", un’energia non termica che provoca elettroporazione delle cellule del cuore e consente di ridurre i tempi di intervento senza danneggiare le strutture intorno al cuore. Con la dottoressa Enrica Talini, inoltre, abbiamo iniziato con la "modulazione della contrattilità miocardica", una tecnologia simile a un pacemaker che aiuta il cuore a migliorare la propria funzione e, grazie alla nostra esperienza, partecipiamo a uno studio multicentrico. Sono tutte procedure che richiedono una selezione molto attenta del paziente anche per motivi di sostenibilità, nonché una stretta collaborazione tra cardiologi clinici, emodinamisti, ecocardiografisti e altri specialisti. L’obiettivo è offrire trattamenti sempre più personalizzati e meno invasivi. E la nostra direzione generale è stata lungimirante, consentendo che l’innovazione entrasse nella nostra attività quotidiana».

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