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Livorno, nuovi assetti in porto: Neri si è preso il terminal Orlando

di Giulio Corsi
Livorno, nuovi assetti in porto: Neri si è preso il terminal Orlando<br>

Joint venture con l’armatore italo-svizzero Vincenzo Romeo

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LIVORNO. Esce Laviosa ed entra Neri. Il risiko del porto vede un altro cambio di assetti, che coinvolge da un lato le grandi famiglie imprenditoriali livornesi, dall’altro operatori internazionali.

Il Gruppo guidato da Piero Neri ha acquisito infatti insieme all’armatore italo-svizzero Vincenzo Romeo, la maggioranza del Terminal Calata Orlando – noto ai livornesi per trovarsi di fronte alla punta dei piloti –, unico operatore labronico specializzato nelle rinfuse.

L’acquisizione ha visto scendere in campo la holding NR Investimenti, che registra la partecipazione paritetica dei Neri e della compagnia Nova Marine Carriers, società di navigazione fondata nel 1981 da Giovanni Romeo con quartier generale a Lugano e una flotta di un centinaio di navi, alcune delle quali operano da tempo anche alla calata Orlando.

Rimane nella società, con una quota di minoranza, la famiglia di Roberto Alberti, storico spedizioniere del porto specializzato nel traffico alla rinfusa.

In uscita, oltre a Laviosa – tramite Laviosa Logistic –, anche la Giorgio Gragnani, che era all’interno del Tco fin dalla nascita. «L’obiettivo dell’operazione – si legge nella nota diramata ieri mattina da Lugano – è quello di rilanciare il terminal».

Il cambio di assetto avviene a trent’anni esatti dalla costituzione del Tco, creato dall’Autorità portuale nel 1996 e rilevato poi tramite bando da una serie di operatori tra cui, inizialmente, anche la Compagnia Portuale.

Per quanto il terminal abbia numeri relativamente marginali rispetto al complesso del porto (650mila tonnellate l’anno, che sicuramente risaltano poco in confronto a contenitori o ro-ro), il suo ruolo è centrale per l’economia del territorio, rappresentando uno snodo nel sistema di approvvigionamento industriale del centro Italia (ed europeo): basti sapere che tra i suoi clienti principali figurano sia Solvay che Saint Gobain, ma anche ad esempio l’industria ceramica emiliana.

Il terminal è operativo soprattutto nell’import, ma lavora anche sugli imbarchi, caricando biomasse, cippato di legno in particolare, destinate alle centrali che producono energia in Sardegna e nel Sud Italia.

Dotato di una banchina lunga 450 metri e di tre accosti con fondali fino a nove metri, il Tco occupa una superficie complessiva di circa 32mila metri quadrati per la movimentazione e il deposito di merce break bulk e rinfuse. 26 i dipendenti diretti, un centinaio di lavoratori quelli coinvolti nell’indotto. Una realtà importante, sia economica che occupazionale, su cui – non sfuggirà – la famiglia Neri ha messo la sua bandierina, diversificando ancora l’attività, stavolta, a differenza ad esempio di quanto accaduto con Cilp o Labromare, non con l’obiettivo del salvataggio, ma con quello del rafforzamento e del rilancio di un’azienda sana e strategica per approvvigionare il sistema industriale, e sapendo creare anche in questo caso – come ad esempio per l’operazione Darsena Europa – una joint venture con un colosso internazionale come l’armatore partenopeo-luganese Romeo, balzato di recente alle cronache, tra le altre cose per aver ordinato a un cantiere cinese una nave multipurpose con cui collegherà Auckland e le isole Chatham, situate 800 chilometri a est della Nuova Zelanda, nel cuore della Polinesia, in grado di trasportare materiali da costruzione, carburante, autocarri e persino bestiame.

La nuova configurazione societaria di Tco, come primo atto, ha annunciato «un consistente investimento finalizzato a sviluppare nuovi servizi e traffici e incrementarne gli standard di efficienza». l

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