Fra Gorgona e Capraia 48 turbine: il maxi investimento da tre miliardi di euro
Le pale saranno ancorate su fondali da 250 a 630 metri e avranno un diametro di 250 metri. Ma si muovono le associazioni ambientaliste: no di Italia Nostra, Legambiente chiede garanzie
LIVORNO. Quasi tre miliardi di euro, 48 turbine galleggianti e una potenza capace di cambiare la scala dell’eolico offshore italiano. Il progetto Atis, promosso da Atis Floating Wind, joint venture tra Eni Plenitude e l’irlandese Simply Blue Group, è entrato nella fase più delicata dell’iter autorizzativo. Al Ministero dell’Ambiente è in corso la valutazione di impatto ambientale nazionale sul parco previsto nell’Alto Tirreno, nel mare livornese tra Gorgona e Capraia: un’infrastruttura strategica per la transizione energetica, ma destinata a incidere su un’area di grande valore naturalistico e attraversata da importanti rotte commerciali.
Le dimensioni ne fanno un banco di prova. Il piano prevede 48 aerogeneratori da 18 megawatt ciascuno, per un totale di 864 MW, distribuiti su 264,5 chilometri quadrati. Le pale avrebbero un diametro di 250 metri e mozzi collocati a 157 metri sul livello del mare. Le piattaforme sarebbero ancorate su fondali profondi tra 250 e 630 metri, da qui il ricorso alla tecnologia flottante. La produzione stimata è di circa 1.860 gigawattora all’anno, mentre l’investimento sfiora i 2,98 miliardi. Il cantiere durerebbe quattro anni e la vita utile sarebbe compresa tra 25 e 30 anni. Se realizzato, Atis diventerebbe il maggiore parco eolico galleggiante del Mediterraneo, in un Paese che oggi dispone di appena 10 MW offshore operativi a Taranto.
La localizzazione alimenta il confronto. Le turbine sorgerebbero a circa 17 chilometri da Gorgona, 22 da Capraia e 55 dalla costa di Calafuria, lontane dalla terraferma e dunque con un impatto visivo ridotto, ma nel cuore di uno spazio marino sensibile. L’elettricità verrebbe raccolta da due sottostazioni galleggianti, collegate agli aerogeneratori mediante cavi sottomarini. Da lì partirebbero quattro cavi fino all’approdo nel territorio di Rosignano Marittimo. Il collegamento alla rete nazionale di Terna proseguirebbe attraverso un cavidotto interrato.
L’istruttoria tecnica della Commissione Ctpnrr-Pniec è stata avviata alla fine di dicembre 2025, mentre la consultazione pubblica si è chiusa nel gennaio 2026. Sono quindi confluite le osservazioni di enti, associazioni e soggetti interessati. La procedura dovrà verificare la compatibilità del parco durante l’esercizio e gli effetti del cantiere, della posa dei cavi, degli ancoraggi e del traffico navale necessario alla costruzione e alla manutenzione.
Il primo fronte riguarda il Santuario Pelagos e la vicinanza al Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano. Gli approfondimenti dovranno misurare gli effetti su mammiferi marini e avifauna, dal rumore subacqueo alle interferenze con le rotte migratorie, fino agli impatti cumulativi con le altre attività presenti in mare. Sotto osservazione ci sono anche catene di ancoraggio, cavi e mezzi di servizio in un’area interessata dal passaggio dei cetacei.
Italia Nostra Arcipelago Toscano ha assunto una posizione nettamente contraria alla collocazione scelta. L’associazione richiama il «semplice buon senso» e sostiene che un impianto di queste proporzioni non debba essere sistemato «nel mezzo tra due delle più belle e incontaminate isole dell’Arcipelago», in un’area contigua al Parco nazionale, interna al Santuario dei cetacei e interessata dalle rotte mercantili. Tra le obiezioni c’è anche la prossimità alle acque francesi della Corsica, che potrebbe imporre verifiche e un confronto transfrontaliero sugli spazi marittimi.
La contestazione riguarda inoltre il carico già sopportato dalla costa livornese e dalla Val di Cornia. Per Italia Nostra, il progetto non valuterebbe in modo sufficiente la pressione esercitata da infrastrutture energetiche e industriali, compreso il rigassificatore di Piombino. L’associazione chiede che la Via (verifica di impatto ambientale) consideri non soltanto i singoli impatti, ma anche la «soglia di sopportazione territoriale» e l’equità nella concentrazione delle servitù energetiche. Il rischio segnalato è che la transizione carichi sempre sulle stesse aree i costi ambientali e infrastrutturali.
Più articolata la posizione di Legambiente, favorevole in generale all’eolico galleggiante come strumento di decarbonizzazione, ma intenzionata a subordinare ogni assenso a garanzie rigorose per Pelagos, biodiversità e rotte marine. Il punto non è respingere l’offshore, ma scegliere siti e soluzioni capaci di ridurre i conflitti con gli ecosistemi.
Il secondo grande nodo è quello della navigazione. L’area individuata è attraversata mediamente da 72 grandi navi al mese, tra portacontainer, traghetti e altre unità dirette o provenienti dagli scali del Tirreno settentrionale. La presenza del parco creerebbe una strettoia e obbligherebbe a ricalibrare alcuni corridoi, con modesti allungamenti dei tempi di percorrenza e un incremento statistico del rischio di collisione. Secondo le analisi del progetto, tale rischio resterebbe gestibile attraverso sistemi di segnalazione, sorveglianza e sicurezza.
Le Autorità di sistema portuale di Livorno e La Spezia, così come gruppi armatoriali quali Grimaldi e gli operatori terminalistici, non hanno finora espresso una contrarietà esplicita. Hanno però chiesto approfondimenti sugli effetti logistici, sulla compatibilità con fondali e aree di ancoraggio e sulle conseguenze per i collegamenti con la Corsica e gli altri porti del Nord Tirreno.
Atis si trova così al centro di un equilibrio complesso. Da una parte ci sono 864 MW di nuova potenza rinnovabile, una produzione annua rilevante e la possibilità di aprire una filiera industriale avanzata nel Mediterraneo, con ricadute su cantieristica, manutenzione e servizi portuali. Dall’altra restano la tutela di uno dei bacini marini più preziosi d’Europa, la sicurezza della navigazione e la richiesta dei territori di non essere considerati soltanto piattaforme su cui concentrare nuove servitù.
Sarà la Via nazionale a stabilire se e con quali prescrizioni queste esigenze potranno convivere. Il verdetto non riguarderà soltanto un parco eolico: indicherà fino a che punto l’Alto Tirreno possa diventare un laboratorio della transizione energetica italiana senza sacrificare ambiente, porti e comunità costiere. E definirà un precedente per i progetti offshore che potrebbero ridisegnare il rapporto tra produzione energetica, tutela del mare e sviluppo economico.
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