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Tribunale

Morte di Denny Magina, le motivazioni della sentenza: «Caduta accidentale mentre era sotto effetto di droga»

di Claudia Guarino

	Denny Magina e il blocco popolare in via Giordano Bruno da cui è precipitato il 29enne livornese il 22 agosto del 2022
Denny Magina e il blocco popolare in via Giordano Bruno da cui è precipitato il 29enne livornese il 22 agosto del 2022

Livorno, depositate le motivazioni per la sentenza di assoluzione di Hamza e Ben Nossra: «Impossibile dimostrare la colpevolezza, ma l’ipotesi del suicidio è da escludere»

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LIVORNO. Gli indizi su cui si basa la tesi dell’accusa sono considerati insufficienti per provare oltre ogni ragionevole dubbio che sia stato Hamed Hamza a uccidere Denny Magina. E, posto che anche il suicidio sembra essere da escludere, «la causa più probabile della caduta dalla finestra è da individuare in un evento accidentale favorito dallo stato di intossicazione da stupefacenti». Nello specifico, «con ogni probabilità, il grave stato di alterazione ha causato una perdita di conoscenza mentre egli (Denny, ndr) si trovava vicino alla finestra. Intossicato dalle sostanze stupefacenti e in preda a stanchezza fisica, è svenuto e precipitato». Sono queste le conclusioni a cui è arrivata la Corte d’Assise che, il 21 maggio, ha assolto Hamed Hamza e Amine ben Nossra dall’accusa di omicidio preterintenzionale con una sentenza le cui motivazioni sono state depositate pochi giorni fa.

I fatti

Nelle 50 pagine a firma del presidente Luciano Costantini viene ripreso il filo dei fatti tramite le ricostruzioni portate in aula dai testimoni e dai periti. È successo che intorno alle 3,03 del 22 agosto 2022 una donna ha chiamato il 112 dopo aver visto cadere qualcosa dalla finestra di un palazzo in via Giordano Bruno. «All’inizio pensavo che fossero stati gettati dei rifiuti», ha detto la donna in aula. Ma poi, dopo aver notato le sagome di due persone alla finestra sovrastante, si è accorta che a terra c’era un ragazzo. Si trattava del 29enne livornese Denny Magina, volato giù dal quarto piano mentre si trovava in un appartamento diventato mercato di spaccio insieme ad Hamed Hamza, la moglie di lui Rima Dalhoumi, il connazionale Amine ben Nossra e l’amico d’infanzia Niko Casoli, quest’ultimo prima indagato e poi archiviato. Durante il dibattimento è emerso che Dalhoumi si è allontanata in auto poco dopo i fatti, mentre Casoli e Ben Nossra sono scesi in strada e, dopo aver visto il corpo, se ne sono andati, cosa che ha poi fatto anche Hamza. In zona sono quindi arrivati i carabinieri e l’ambulanza. Denny è morto qualche ora dopo in ospedale.

Il processo

La mamma e il babbo del giovane livornese (Erika Terreni e Sky Magina) non hanno mai creduto all’ipotesi, pur circolata nelle prime ore, di un suicidio. «Ce l’hanno ammazzato», hanno sempre detto. E così dopo circa due anni di indagini, nel 2024 il giudice ha disposto il rinvio a giudizio, con l’accusa di omicidio preterintenzionale in concorso, per Hamza e Ben Nossra. E se il ruolo del secondo è sempre stato marginale, tanto che la procura ne ha poi chiesta l’assoluzione, è il primo che, secondo l’accusa, avrebbe avuto un ruolo attivo nel causare la morte di Magina. L’avrebbe, cioè, colpito con un pugno facendogli perdere l’equilibrio e facendolo volare giù.

Gli indizi

La procura ha quindi portato al centro del dibattimento in un processo indiziario (non basato su prove come video e testimonianze dirette ma, appunto, su indizi che hanno una natura probabilistica) la ferita sotto al labbro di Denny contenente una serie di metalli tra cui il platino (presente anche in un anello trovato nelle disponibilità di Hamza) e il ritrovamento del dna di Hamza sotto le unghie di Denny. La ferita sul mento di Denny, sempre secondo l’accusa, non sarebbe stata provocata dalla caduta, ma dall’anello che Hamza avrebbe avuto al dito nello sferrare il pugno. Mentre il dna dell’imputato sarebbe finito sotto le unghie della vittima in un tentativo di difesa. Nell’elaborazione di questa tesi la procura si è avvalsa delle perizie dei medici legali Luigi Papi e David Forni, della genetista Ilaria Carbone e dell’ingegner Renzo Valentini. La difesa, d’altra parte, ha portato i suoi, di periti. La dottoressa Ilaria Marradi, l’ingegner Tommaso Fauli e la dottoressa Marina Baldi hanno ritenuto, tra le altre cose, che la ferita sotto al labbro è stata provocata dalla caduta, che il platino viene dall’asfalto e che la presenza di dna sotto le unghie non dimostra l’esistenza di una colluttazione.

La causa alternativa

Ascoltate le testimonianze e le ricostruzioni delle parti, a conclusione della discussione, la Corte d’Assise ha deciso di assolvere entrambi gli imputati ritenendo che ci sia, si legge nella sentenza, «l’impossibilità di dimostrare, in termini di una certezza idonea a superare il ragionevole dubbio, che la precipitazione della finestra di Denny Magina sia attribuibile alla condotta di terze persone (nell’articolo a fianco i dettagli, ndr)». Per questo si impone «di ricercare nel materiale probatorio fornito gli elementi che consentano di individuare una causa alternativa all’evento». Ma prima «è doveroso escludere che la causa della caduta sia dipesa da intenzioni suicidarie». Questo perché «l’istituzione dibattimentale ha fornito prove di uno stato d’animo assolutamente sereno di Magina nelle ore che hanno preceduto il suo decesso». La Corte considera d’altra parte che la causa più probabile per il volo sia da ricondurre «a un evento accidentale» collegato al fatto che «al momento della precipitazione (Denny, ndr) era sotto effetto di cocaina e morfina» che possono svolgere «un effetto deprimente a livello di sistema nervoso centrale, con ripercussione delle capacità psicofisiche».

La decisione

Denny «una volta svenuto si è sbilanciato ed è precipitato di sotto passando nello spazio compreso tra il limite esterno della soglia del davanzale e l’avvolgibile aperto a compasso». Secondo la Corte «l’assenza di rumori che hanno preceduto la caduta e l’assenza di tracce ematiche di Magina nell’abitazione» dimostrano come «precedentemente alla precipitazione non vi sia stata alcuna colluttazione tra Hamza e la vittima». Oltretutto in casa c’era ordine e, in questo senso, «emblematica è la foto delle ciabatte di Magina che si notano vicino alla finestra allineate». In conclusione per la Corte è indimostrabile «la presenza di una lite pregressa». Quindi del pugno. E dunque anche dell’omicidio. Per questo c’è stata l’assoluzione sia di Ben Nossra («che è risultato estraneo ai fatti») sia Hamed Hamza.

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