Il Tirreno

Livorno

Violenza sulle donne

Livorno, picchia l’ex e la colpisce con un telefonino: condannato a tre anni e mezzo  

di Stefano Taglione
Una donna picchiata (foto di repertorio)
Una donna picchiata (foto di repertorio)

Il quarantacinquenne livornese ha anche morso a un braccio la figlia della compagna. Delineato un clima di costante sopraffazione, denigrazione sistematica e di violenze

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LIVORNO. Un clima di costante sopraffazione, denigrazione sistematica e di violenze, iniziato durante la convivenza e proseguito persino dopo la separazione. È la drammatica vicenda di una donna livornese, nelle scorse settimane conclusa con il giudizio della corte d’appello di Firenze. I magistrati toscani – presidente Giampiero Borraccia, a latere Maria Serena Favilli e Rosa Valotta – hanno parzialmente riformato la sentenza di primo grado, rideterminando la pena nei confronti di un quarantacinquenne labronico, condannato a tre anni e mezzo di reclusione per i reati di maltrattamenti in famiglia, atti persecutori e lesioni personali.

La ricostruzione

I fatti, ricostruiti minuziosamente nel corso dei due gradi di giudizio, sarebbero andati avanti a partire dal settembre del 2019, attraversando anche il periodo della pandemia. L’uomo conviveva con l’allora compagna, oggi quarantenne. Quella che doveva essere una relazione amorosa si è ben presto trasformata in un inferno domestico. Secondo quanto accertato dai giudici livornesi e fiorentini, l’imputato l’avrebbe bersagliata sistematicamente con insulti volti a svalutarne il ruolo di donna e di madre («Tua figlia è maleducata, non sai educarla», oppure «Non sei una buona donna di casa, non sei pulita»). Alle violenze verbali e psicologiche si sono poi sommate quelle fisiche, spesso avvenute davanti alla figlia maggiore (nata da una precedente relazione sentimentale) e, successivamente, alla bambina nata dalla loro unione. Tra gli episodi più gravi emersi durante l’istruttoria dibattimentale, figura un’aggressione avvenuta nel settembre del 2019, quando l’uomo, in uno scatto d’ira improvviso per motivi di gelosia, colpì la compagna al volto con un cellulare, causandole un vistoso ematoma all’altezza dell’occhio sinistro. Pochi mesi dopo durante il tragitto in auto verso la casa di alcuni parenti, l’uomo fermò la macchina per girarsi e schiaffeggiare ripetutamente la compagna in quel momento seduta sul sedile posteriore, accanto alla bambina, a causa di un banale dubbio sulla provenienza di un indumento intimo trovato all’interno del borsone da lavoro. Una volta arrivati a destinazione, la discussione continuò davanti ai familiari. Persino la figlia maggiore divenne bersaglio della sua ostilità: in un’occasione, sempre secondo quanto ricostruito dalla denuncia, le diede un morso al braccio per impedirle di giocare con la sorellina neonata.

Lo stop alla relazione

Nel marzo del 2021, quasi due anni dopo le prime violenze e durante l’emergenza Covid, la donna – ora assistita come parte civile dall’avvocata livornese Angie De Santi Simonini – trovò la forza di interrompere la relazione e allontanare l’uomo dall’abitazione. Da quel momento, però, le vessazioni, stando alla vittima, sono mutate in stalking. Lui ha iniziato a utilizzare la gestione della figlia minorenne come pretesto per interferire in modo ossessivo nella vita della sua ex. Ogni minimo graffio o livido della bambina diventava l’occasione per portarla d’urgenza al pronto soccorso di viale Vittorio Alfieri, accusando platealmente la madre davanti ai sanitari (accuse sempre smentite dai referti medici, che attestavano la natura del tutto accidentale e lieve delle lesioni). Inoltre, l’imputato (ora condannato in secondo grado) avrebbe tempestato di telefonate intimorendo la babysitter per costringerla a licenziarsi, avrebbe scattato continuamente foto a scopo di ritorsione e si sarebbe presentato sotto casa della quarantenne urlando, incurante del fatto che la donna si trovasse in isolamento fiduciario a causa del Covid. Un quadro persecutorio che ha ingenerato nella vittima «un perdurante stato di ansia e di timore per l'incolumità propria e delle bambine», si legge nella pronuncia. In secondo grado, il difensore dell’imputato ha sottolineato la presunta inattendibilità della persona offesa e l’assenza di riscontri oggettivi, chiedendo la riqualificazione dei fatti in reati meno gravi o l’assoluzione. La Corte d’appello, tuttavia, ha accolto parzialmente le istanze della difesa, disponendo l’audizione della madre del quarantacinquenne e di un ex vicino di casa. Il collegio fiorentino ha comunque poi confermato l’impianto accusatorio, ritenendo pienamente provata la responsabilità dell’uomo, pur applicando un calcolo più mite sull’aumento per la continuazione tra i reati, riducendo così la pena finale dai quattro anni e un mese del primo grado del tribunale di Livorno agli attuali tre anni e mezzo. L’imputato è stato inoltre condannato al pagamento delle spese processuali in favore della parte civile.

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