Il Tirreno

Livorno

L’intervista

Il giovane americano picchiato con il tirapugni: «Livorno è altro, ha il cuore grande e io voglio vivere qui»

di Martina Trivigno

	A sinistra Jose Ruben Gutierrez insieme ai sommozzatori che hanno recuperato il pc
A sinistra Jose Ruben Gutierrez insieme ai sommozzatori che hanno recuperato il pc

Jose Ruben Gutierrez ha 23 anni, è originario del Messico ma vive in Georgia, negli Stati Uniti, dove insegna Storia in un istituto superiore

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LIVORNO. «Quell’uomo mi ha colpito dieci volte al volto e tre al petto con un tirapugni. Ho avuto paura, ma a Livorno ho trovato persone con un grande cuore. Ed è qui che vorrei vivere per sempre». Ci sono giorni che potrebbero cambiare il modo di guardare un luogo. Per Jose Ruben Gutierrez quello di mercoledì scorso avrebbe potuto essere il momento esatto in cui associare Livorno a paura e dolore. Invece no. Il suo viso porta ancora i segni di quegli istanti di puro terrore, ma quando parla di Livorno la sua voce cambia tono perché il pensiero torna sempre lì: alle persone che lo hanno aiutato, a chi si è messo in gioco senza conoscerlo, a una città che ha saputo mostrargli anche il suo lato migliore.

Chi è il giovane

Gutierrez ha 23 anni, è originario del Messico ma vive in Georgia, negli Stati Uniti, dove insegna Storia in un istituto superiore della Georgia, seguendo studenti con bisogni educativi speciali. Lui è un giovane insegnante curioso, abituato a conoscere culture diverse. Parla spagnolo, inglese e anche un ottimo italiano, imparato negli ultimi due anni grazie allo studio e agli amici conosciuti in Italia. L’ultima volta è arrivato nel nostro Paese il 22 maggio scorso e, come già successo in passato, ha iniziato a visitare la città. Le strade, il mare, il porto. Quei luoghi che ha percorso tante volte e che ancora associa più alla bellezza che alla paura. «Mi piace la gente, mi piace il mare. Ho camminato tante volte vicino al porto. Un giorno vorrei vivere qui», racconta.

L’episodio da dimenticare

Poi il pensiero corre a mercoledì scorso: era appena uscito da un bancomat in piazza Cavour. «Ho notato quell’uomo che mi guardava. Era fermo, mi osservava. Aveva visto che avevo preso dei soldi, poi li ho messi nello zaino e ho continuato a camminare», prosegue. È stato seguito fino agli scali Manzoni, nella zona vicino a piazza Manin e lì è iniziata la richiesta di consegnare il denaro, ma Jose Ruben ha provato a opporsi. «Ero sotto choc - ricorda - . Il primo istinto è stato quello di difendermi, ma ho capito subito di non essere forte abbastanza per contrastare quell’uomo. Gridavo "aiuto". Alcune persone si fermavano, guardavano, forse non capivano cosa stesse succedendo». E allora il 23enne prende la decisione di gettare lo zaino nei fossi per non consentire all’aggressore - un trentenne originario della Tunisia - di appropriarsene. Dentro c’erano il computer, gli occhiali da vista e le cuffie. Per questo Jose Ruben ha provato a recuperarlo. «Mi sono tolto i vestiti e mi sono buttato in acqua - racconta - . Ero spaventato, ma volevo riprendere a tutto i costi il mio computer che contiene tanto materiale di lavoro. Nel frattempo ho continuato a chiedere aiuto». A quel punto una famiglia che stava percorrendo i fossi a bordo di una barca è riuscita ad aiutarlo e a recuperare lo zaino. Poi l’aggressione. «Mi ha colpito tante volte, al volto e al petto - aggiunge il giovane insegnante - . È stata una brutta esperienza. Dopo sono andato al pronto soccorso, dove sono stato medicato».

Il cuore dei livornesi

Eppure, mentre ripercorre quei minuti drammatici, preferisce soffermarsi su chi gli ha restituito fiducia. Tra queste ci sono i sommozzatori della O.Mar.Sub, guidati da Omar Alex Melani. Quando è arrivata la richiesta di recuperare il computer finito nei fossi, il gruppo ha deciso di intervenire gratuitamente. Un gesto nato dalla volontà di non lasciare a un giovane visitatore soltanto il ricordo di una violenza: così i sommozzatori si sono immersi nei fossi ma il recupero del pc si è rivelato più complesso del previsto: acqua con scarsissima visibilità, fango, detriti e materiali pericolosi sul fondale. Dopo oltre un’ora di ricerca, però, il computer è stato recuperato. «Quello che hanno fatto per me è stato incredibile - racconta ancora il 23enne -. Voglio ringraziare Omar Alex e tutto il gruppo dei sommozzatori. Mi hanno dimostrato che questa città ha tante persone buone». Adesso proverà a recuperare l’hard disk del pc, sperando di salvare il materiale prezioso per il suo lavoro. Ma il regalo più importante, forse, lo ha già ricevuto: la consapevolezza che una città non può essere raccontata soltanto attraverso il gesto di una persona. «Ci sono persone cattive ovunque - sottolinea - . Ma io non voglio ricordare Livorno per quello che è successo. Voglio ricordare la famiglia che mi ha aiutato, i sommozzatori, i medici del pronto soccorso e, più in generale, tutte le persone che mi sono state vicine». Tra un paio di settimane, il giovane insegnante rientrerà negli Stati Uniti, ma con una promessa. «Tornerò a Livorno, il mio sogno è quello di restare: mi piacerebbe fare il docente di inglese, magari. Questa città mi piace davvero». La violenza gli ha lasciato ferite sul volto. Livorno, invece, lui dice di volerla conservare nel cuore.

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