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Livorno

Le indagini

Omicidio al Castellaccio, perché Yilmaz ha scelto Livorno? Nessuno lo conosceva, era con due amici

di Stefano Taglione
L'ingresso della villa del Castellaccio, che è stata sequestrata (foto Stick)
L'ingresso della villa del Castellaccio, che è stata sequestrata (foto Stick)

Ha scelto la questura di via Fiume per chiedere protezione internazionale in Italia. Ma la comunità curda non sapeva neanche chi fosse

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LIVORNO. Fra i tantissimi interrogativi che gli inquirenti devono ancora sciogliere ce n’è uno che affonda le radici all’inizio del 2026, a quando cioè Yilmaz Tas, il trentenne curdo barbaramente ucciso al Castellaccio, ha richiesto asilo politico in Italia, accompagnato alla questura di Livorno da un intermediario. Perché il giovane – in cerca di protezione internazionale poiché, secondo quanto da lui dichiarato, curdo e perseguitato in Turchia – ha scelto proprio la nostra città per vivere? Perché Livorno e non Milano, Roma, Firenze, Napoli o qualsiasi altra dello Stivale? Nessuno lo ha ben chiaro. Nemmeno la polizia.

«Da quel che so – spiega l’avvocato che assiste i familiari, Roberto Ghini – era qui con due-tre amici. Francamente però non ho idea del perché abbiano scelto Livorno». Ma era veramente Livorno il punto di arrivo della loro tappa in Europa? Di sicuro è stato quello di partenza. Tas era qui al momento della compilazione della domanda e stava attendendo di comparire davanti alla commissione per l’ok definitivo, che facilmente ci sarebbe stato. E aveva la fidanzata, forse da non molto tempo, in Germania. Un motivo che lo ha portato qui, sicuramente, esiste.

A Livorno, infatti, non è arrivato a caso. Ma pur soggiornandoci, non al Castellaccio dove la villa l’aveva presa in affitto da due giorni, non si era mai integrato nella comunità curda. Un fatto insolito. «Io non lo conoscevo, nessuno di noi lo aveva mai visto – le parole del ristoratore Alican Yildiz, presidente dell’associazione “Mezzaluna Rossa Kurdistan” – ma siamo ugualmente tutti sotto choc». Negli ultimi giorni molti curdi sono stati convocati in questura e ascoltati come persone informate sui fatti. Alican non è fra questi: «Se avessi saputo qualcosa – conclude – sarei andato io stesso alla polizia. Non siamo mai stati nemmeno contattati dai suoi familiari».

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