Menicagli, il livornese-cantastorie dell'opera lirica
Il maestro suona, canta pop e fa la parte narrata: il nuovo format per arrivare a tutto il pubblico. «La vera sfida con Sillabe di Cavalleria è quella di trovare leggerezza e ironia anche in una tragedia»
LIVORNO Dice di non essere un attore, né un cantante, e tantomeno un pianista. Sul palco però fa tutte queste cose. Lui è Mario Menicagli, direttore d'orchestra, violinista. L’ex direttore del Goldoni non è certo nuovo alle sfide e il suo originale format da “maestro cantastorie” dedicato all'opera lirica lo dimostra.
Avvicinando, così, in modo trasversale il pubblico alla lirica. Lo fa attraverso la sua passione, coltivata da tempo e da cui, quasi quarant’anni fa, trasse grande beneficio economico con una vincita televisiva sensazionale (mezzo miliardo di lire). Sabato 13 giugno sarà in piazza Gavi (Borgo Cappuccini), alle 19,30 nella rassegna "Serenate di quartiere" con “Sono solo Sillabe di Cavalleria", nuova creazione "a 4 mani" con Simone Tamburini.
Maestro, a 63 anni, dopo una vita tra violino e podio, cosa la spinge a salire sul palco da solo in una veste così insolita?
«Le perdono di avermi dato sei mesi in più ma non di chiamarmi Maestro; questo proprio no e non certo in questa occasione. Scherzi a parte, a spingermi è un ritrovato, sorprendente entusiasmo che ho scoperto con questo format fin dai primi momenti che, in questa versione, abbandona addirittura l’uso delle voci soliste e dell’orchestra per lasciarmi da solo sul palco. Per molto tempo, dirigendo, ho dato le spalle al pubblico, restando zitto. Era una situazione che cominciavo a sentire un po' forzata. Ora ho voglia di guardare il pubblico negli occhi e raccontare le mie più grandi passioni, in primis l'opera lirica, anche se non sarà la sola. E voglio farlo scegliendo “il vestito” che più mi piace, senza uno spartito da seguire. Sento che c'è un grande bisogno di divulgazione operistica, cercando di non perdere profondità o cadere nel banale».
Perché un format pensato con un autore brillante come Tamburini?
«Di tentativi in questa direzione ne abbiamo fatti parecchi negli anni. La collaborazione con Tamburini, che già era autore di Ubaldo Pantani, ebbe inizio a Collesalvetti quando, assieme a questa “strana coppia”, creammo “Opera in Fabula”, un format molto simile. A “Sillabe di lirica” siamo arrivati da due anni con 5 titoli. Poi abbiamo sperimentato questo nuovo format, nel quale si affida al sottoscritto sia la parte narrata che quella suonata e cantata».
In questo spettacolo canta e suona le arie dell'opera in chiave pop. Sarà un “one man show”?
«Assolutamente no, non aspettatevi niente. Nei primi spettacoli mettevo subito le mani avanti; ora, dopo oltre 40 recite, penso non ci sia più bisogno di farlo, ma tengo a precisarlo: non sono un attore, e non sono un cantante, né un pianista».
Comunque il piano va suonato, le arie cantate, il testo va recitato.
«Come pianista, mi limito ad accompagnarmi nelle arie principali con poco più di qualche accordo, così come si accompagna un “chitarrista da spiaggia”. La voce è educata, abituata a cantare, diciamo intonata, ma pop. Per la narrazione ho la sicurezza di chi conosce bene la materia e posso raccontare un’opera lirica con cognizione di causa, con la libertà di usare anche sfaccettature che ne modificano il contesto. Coniugare queste tre cose con lo spirito del “dilettante”, nel senso più nobile del termine è anche un modo subdolo per non dare adito a paragoni con i professionisti di questi singoli settori. A parte questo, anche se sembrerà ovvio, lo faccio davvero per amore della lirica. E resto un onesto musicista che gioca a fare il cantastorie».
In realtà con questo nuovo format il suo vero intento qual è?
«La pura voglia di abbattere le barriere che separano il grande pubblico dall’opera. Credo che la lirica sia davvero in pericolo, per tanti motivi. E credo che si cerchi di nascondere la situazione. Ben vengano le nuove idee, i nuovi tentativi! I fatti dimostrano che la “puzza sotto il naso” serve a poco: i teatri si svuotano di pubblico vero. Non possiamo aspettare che le nuove generazioni si adattino ad un cliché invariato da secoli. Cambiano gli stili, i tempi di concentrazione e indietro non siamo mai tornati».
Per Livorno ha scelto il suo cavallo di battaglia, "Cavalleria rusticana".
«Premetto che Cavalleria arriva dopo sei titoli sperimentati. Mi metteva un po’ di ansia, poi è arrivata la chiamata di “Scenari” e l’opportunità offerta da Emanuele Gamba, Fabrizio Brandi e dal Goldoni è stata troppo ghiotta. E non ce la siamo fatta sfuggire».
Come farà a scherzare su un dramma verista di questo tipo?
«Questa è la vera sfida: trovare la leggerezza e l'ironia anche in una tragedia. Ma “Cavalleria” è un'opera di passioni viscerali, di vita vera. E la vita, anche nei suoi drammi, ha sempre un lato che, se guardato con gli occhi giusti, può strappare un sorriso o una riflessione più serena».l
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