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La sentenza

Livorno, condannato l’ex “capo” degli architetti: «Si è appropriato di 200mila euro» – Chi è il professionista coinvolto

di Stefano Taglione

	Daniele Menichini, ex "capo" degli architetti
Daniele Menichini, ex "capo" degli architetti

Il piombinese Daniele Menichini è stato condannato in primo grado a tre anni e quattro mesi di reclusione per peculato, truffa e malversazione di erogazioni pubbliche

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LIVORNO. Tre anni e quattro mesi di reclusione per peculato, truffa e malversazione di erogazioni pubbliche. È la condanna inflitta all’ex presidente dell’Ordine degli architetti di Livorno, il piombinese Daniele Menichini, al termine del procedimento penale celebrato con il rito abbreviato davanti alla giudice per le indagini preliminari Francesca Mannini dopo che, secondo l’accusa, si sarebbe appropriato di oltre 200mila euro prelevati dai conti dell’ente. Una pena superiore rispetto alla richiesta avanzata dalla procura, che aveva chiesto due anni e quattro mesi.

La pronuncia

La sentenza chiude, almeno in primo grado, una delle vicende che più hanno scosso negli ultimi anni il mondo professionale labronico. L’inchiesta era nata dopo la denuncia presentata dal consiglio dell’Ordine, all’epoca guidato da Marco Niccolini e oggi presieduto da Roberta Cini, in seguito alla scoperta di un presunto ammanco nei conti dell’ente professionale, che ieri pomeriggio è stato avvisato durante la seduta del consiglio. Secondo l’accusa Menichini, 58 anni, avrebbe utilizzato per fini personali somme custodite su due conti correnti dell’Ordine ai quali aveva accesso quando ricopriva prima il ruolo di tesoriere e successivamente quello di presidente. Le indagini della guardia di finanza avevano portato nell’ottobre di due anni fa al sequestro di 237.681 euro ritenuti profitto dei reati contestati. Di quella cifra, circa 143mila erano già stati recuperati dalle fiamme gialle.

L’inchiesta

L’inchiesta aveva preso avvio esattamente due anni fa, quando una dipendente dell’Ordine si era accorta di alcuni movimenti sospetti su due conti correnti non più utilizzati per la gestione ordinaria dell’ente, ma mantenuti come riserva economica. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori e confluito nella denuncia presentata in procura, nel corso degli anni sarebbero stati effettuati bonifici, prelievi e ricariche di carte prepagate per finalità estranee all’attività istituzionale dell’Ordine, in parte verso conti riconducibili allo stesso Menichini. All’ex presidente veniva contestato anche un finanziamento Covid da 30mila euro ottenuto attraverso il Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese. Secondo l’accusa, la richiesta sarebbe stata presentata come proveniente dall’Ordine, ma il denaro sarebbe poi stato utilizzato per esigenze personali e non per le finalità dell’ente professionale. Il caso aveva provocato forte preoccupazione fra gli iscritti all’Ordine. La scoperta dell’ammanco era stata resa nota nel corso di un’assemblea plenaria convocata nella Fortezza Vecchia, dove molti professionisti avevano appreso per la prima volta dell’esistenza dell’indagine e della querela presentata dal consiglio.

Le ammissioni

Secondo quanto emerso dagli accertamenti, i due conti sarebbero rimasti formalmente aperti anche dopo la fine del mandato di Menichini alla guida dell’Ordine, concluso nel 2021. L’ex presidente avrebbe continuato ad avere accesso esclusivo ai rapporti bancari fino al dicembre del 2023. A insospettire il consiglio era stato anche il fatto che gli estratti conto non arrivassero direttamente dalla banca, ma venissero inoltrati via mail dallo stesso Menichini. Negli atti dell’indagine viene inoltre ricordato un incontro avvenuto nell’aprile del 2024 fra l’ex presidente e i vertici dell’Ordine. In quell’occasione, secondo quanto riportato nel decreto di sequestro, il professionista avrebbe ammesso i movimenti indebiti sui conti. Nei giorni successivi avrebbe poi inviato una mail nella quale riconosceva le proprie responsabilità e manifestava la volontà di reperire le somme necessarie per ripianare il debito.

Parla l’avvocato

Il professionista, che durante tutta la vicenda con Il Tirreno ha scelto il silenzio, è difeso dall’avvocato Giovanni Ciro Pacilio. «Una sentenza che, nella misura della pena - spiega il legale - non ci lascia indifferenti, tenuto conto anche del fatto che il pubblico ministero aveva chiesto un quantum inferiore. Una volta lette le motivazioni valuteremo l’opportunità di fare appello. Valutazione che, nell’interesse del cliente, non può non tenere in considerazione il beneficio della riduzione della pena nella misura di un sesto previsto dalla riforma Cartabia in caso di rinuncia all’appello».

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