Livorno, abusava dei tre nipoti minorenni: condannato 66enne – La ricostruzione
L’uomo, 66enne fiorentino, ha consumato abusi sessuali sui tre giovani, un maschio e due femmine tra gli 8 e i 17 anni
LIVORNO. Abusi sessuali ripetuti sui tre nipoti acquisiti, un maschio e due femmine fra gli otto e i 17 anni, consumati nell’arco di diversi anni fra le mura domestiche e in altri luoghi frequentati dalla famiglia, come la costa labronica, motivo per il quale il processo di primo grado si è svolto a Livorno. Una vicenda ora passata in giudicato: la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa, rendendo definitiva la condanna a dodici anni di reclusione già inflitta dai giudici livornesi e poi confermata in appello nei confronti di un uomo fiorentino di 66 anni, che Il Tirreno non rende identificabile per tutelare l’identità delle vittime. La persona condannata si è sempre reputata innocente ed è ora reclusa in carcere: secondo lui c’è stato un errore giudiziario.
Gli abusi
I fatti contestati risalgono al periodo compreso fra il 2010 e il 2014: per la precisione i reati si sono consumati nel luglio 2010, nel febbraio 2011 e in alcune date successive, nel luglio dello stesso anno e infine nell’estate del 2014. L’uomo, difeso dagli avvocati Pardo Cellini ed Eraldo Stefani, aveva sposato la zia dei tre fratelli, assistiti come parti civili dai legali Luca Tafi e Gaetano Pacchi, ed era stato ritenuto responsabile, in continuazione tra loro, dei reati di atti sessuali con minorenne, violenza sessuale aggravata e tentata violenza sessuale aggravata. Secondo quanto ricostruito nei processi di primo e secondo grado, gli episodi si sarebbero verificati in più occasioni e contesti: in casa, nell’hinterland fiorentino dove tutti abitavano, durante momenti di quotidianità come i riposi pomeridiani, ma anche in altri luoghi come un laboratorio, al mare sulla costa livornese, in moto o persino al cinema. Le vittime hanno raccontato nel tempo abusi diversi per modalità e gravità, ma accomunati da un rapporto di fiducia con l’uomo, ben inserito nel contesto familiare essendo il loro zio, che però ha sempre negato ogni addebito e adesso sta scontando, con grandi difficoltà psicologiche secondo quanto confermato dai difensori, la pena nel penitenziario di Sollicciano.
Le prime rivelazioni
Le prime confidenze risalgono a diversi anni dopo gli episodi. Una delle vittime parlò con la babysitter tra il 2016 e il 2017, chiedendole però di non riferire nulla alla madre. Un’altra raccontò quanto accaduto solo anni dopo a un educatore scolastico, mentre ulteriori rivelazioni emersero durante un soggiorno in montagna, quando i minori si confrontarono fra loro. Un elemento ritenuto significativo dai giudici è proprio questo: le rivelazioni non furono immediate né coordinate, ma avvennero in momenti diversi e in modo autonomo, spesso accompagnate dalla richiesta di mantenere il segreto per non creare sofferenza in famiglia.
Racconti attendibili
Nel corso del processo la difesa ha messo in dubbio l’attendibilità dei minori, evidenziando contraddizioni e differenze nei racconti. Ma i giudici, sia a Livorno che a Firenze, hanno ritenuto queste discrepanze non decisive. Secondo la ricostruzione accolta, le discrepanze riguardavano aspetti secondari - come la posizione delle lenzuola o alcuni dettagli degli ambienti - mentre il nucleo centrale delle accuse è rimasto costante nel tempo. «La difesa - si legge nella sentenza - non si confronta adeguatamente con la motivazione della corte d’appello, la quale reputa il dubbio non ragionevole tenuto conto della credibilità dei racconti delle persone offese e del complesso dei riscontri». Anche episodi contestati dalla difesa, come la possibilità fisica di alcuni atti o il fatto che i minori avessero continuato a frequentare l’uomo, sono stati ritenuti compatibili con dinamiche tipiche dei casi di abuso, in cui la fiducia iniziale può trasformarsi in paura e silenzio.
I riscontri esterni
A rafforzare il quadro accusatorio ci sono stati anche alcuni elementi esterni. In particolare, le dichiarazioni di familiari che hanno riferito frasi pronunciate dal sessantaseienne prima ancora di conoscere nel dettaglio le accuse. Tra queste, il riferimento a essere stato «incastrato dai bambini» e la capacità di richiamare episodi specifici poi confluiti nei capi di imputazione. Circostanze che, secondo i giudici, dimostrerebbero una conoscenza anticipata dei fatti.
Il ricorso respinto
In Cassazione la difesa ha riproposto diversi aspetti: dall’utilizzabilità delle sommarie informazioni testimoniali raccolte in fase di indagini preliminari, alla richiesta di una nuova istruttoria, fino alla contestazione dell’attendibilità dei minori e dei testimoni. La Suprema corte ha però dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando come ci si trovi di fronte a una «doppia conforme», cioè due sentenze di merito concordi, con una motivazione ritenuta «logica e completa». I giudici hanno ribadito che le dichiarazioni delle persone offese, nei reati sessuali, possono costituire prova anche da sole, se ritenute attendibili, e che nel caso specifico sono state valutate con rigore e supportate da riscontri.
Parla l’avvocato
Contattato dal Tirreno, l’avvocato Pardo Cellini - che ha difeso l’imputato, ora condannato, insieme al collega Eraldo Stefani - ha evidenziato come «le questioni portate all’attenzione della Corte di Cassazione fossero particolarmente complesse e strettamente connesse ai principi di legalità e di giusto processo, anche alla luce della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo». Il difensore ha quindi preannunciato «la valutazione di un ricorso alla giustizia sovranazionale, ritenendo che il vaglio della Corte europea dei diritti dell’uomo rappresenti uno strumento essenziale di tutela dei diritti fondamentali dell’imputato, nonché una prospettiva legittima per ogni condannato che ritenga di aver subito una violazione dei propri diritti nel processo».
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