Il Tirreno

Livorno

L’eroe romantico

Livorno in piedi per Igor Protti: il bomber da film è in sala: «Città meravigliosa, gente straordinaria»

di Flavio Lombardi

	Igor Protti ai 4 Mori durante la presentazione del film a lui dedicato (foto Stick)



	 
Igor Protti ai 4 Mori durante la presentazione del film a lui dedicato (foto Stick)  

Accolto da un lunghissimo applauso, al suo fianco Cristiano Lucarelli. La carriera e l’amore per l’amaranto: «Igor, hai reso possibile l’impossibile»

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LIVORNO. Alle 20 è già assembramento fuori del cinema 4 Mori. E' il 3 aprile. Ci sono ragazzi della curva, arriva “Maciste” Maurizio Manetti, il capitano del Livorno che vinse la Coppa Italia e che si incrocia con il presidente onorario Enrico Fernandez Affricano. Numero uno della società amaranto a partire dalla prima metà degli anni ‘80, e pure colui che proprio in quel periodo decise di prendere l’infornata di giocatori dal Rimini di cui faceva parte Prtotti. Facce da Livorno. Una festa, un’occasione per trovarsi, condividere, sposare una causa.


Arriva Igor. Assalito dalla sua gente, senza curarsi del fatto che gli è stato consigliato di spostarsi su una sedia a rotelle. Baci e abbracci. Si entra, si scruta, si aspetta. Fino a che Alessio Porquier introduce proprio il nostro 10, il campione per antonomasia. Per i livornesi e per gli altri tifosi che ha rappresentato. Il teatro, applaude, quasi per 5 minuti. Luca Dal Canto, il regista del film ringrazia chi ha contribuito: il Comune, il sindaco Salvetti, gli sponsor, ma anche uno dei compagni di Protti, che non poteva non esserci: Cristiano Lucarelli, assieme ad Andrea Luci. I ringraziamenti per Brunino Rotelli e Lenny Bottai, personaggi della nord legati a doppio filo al campione. Inizia la proiezione.


Chiellini, Fascetti, Galante, Signori, Mazzarri. Poi Cristiano che parla dello sgomento provato al pensiero di andare avanti da solo «ma con i suoi insegnamenti abbiamo continuato a crescere». Passano le immagini di quel 22 maggio, momento in cui Igor esce dal campo e saluta tutti per il suo commiato da calciatore. Non certo quello di uomo ed il suo rapporto con la città. Lamberto Giannini, ricorda dove era e cosa faceva quando il 10 lasciò. Si commuove ancora.

Eccoci a Bari vecchia. Umile, pacato, leale, e gran calciatore di cui era impossibile non innamorarsi perché tifoso. Così lo descrive uno sportivo pugliese. Poi, Bottai: «Alcuni di noi sentivano di questo innamorato di Livorno che aveva promesso di tornare e mantenne la parola». Giannini, il prof, filosofeggia e chiude «ha reso possibile, l’impossibile».

Ma come fai a non volergli bene? “Igor, vieni, com’è? ” gli domandano al Mercato Centrale. Scorrono immagini della serie C e quel magico trionfo che ci riportò in cadetteria dopo più di trent’anni. Ma la poesia comincia ad un certo punto, con Rimini. Liana e Marisa, mamma e sorella lo raccontano. I primi calci al pallone e poi i sacrifici per arrivare.


Le immagini di Protti nei posti a lui cari. E i ricordi, quando rammenta il bimbo che doveva andare a studiare e lui lo sostituì gli ultimi dieci minuti. Era la squadra dei Gladiatori, un segno del destino. Da lì, cominciò tutto.

E a seguire, il quaderno dove lui ha sempre segnato partite, andamento, gol segnati. La poca voglia di correre in campo come racconta Lazzaro Gaudenzi, allenatore delle giovanili dei romagnoli; l’esordio poi nell’84 con la maglia della squadra della sua città, la realizzazione di un sogno. Poi, i frame del 29 maggio ’88, il gol su punizione alla Vis Pesaro commentato da Vezio Benetti. Igor racconta che doveva andare nella Primavera del Milan, poi arrivò qui, con la possibilità che andasse in rossonero l’anno seguente. Ma così non fu. Il primo segnale di quel che sarebbe stato. Un rapporto viscerale. Il film continua, oltre un’ora e mezzo da godere per chi ama l’amaranto ma il calcio in generale. Si rivede il gol al Sorrento, più bello di una notte affacciato alla terrazza, davanti al piano, pensando a Caruso, cantando Dalla. Livorno, Virescit Boccaleone, Messina, Bari sopra tutte. Ricordato con affetto a Napoli, ma anche alla Lazio, dove pur non facendo faville segnò alla Roma. Reggio, solo una tappa cromaticamente di riavvicinamento verso Livorno: «Quando mi è stata proposta l’idea del docufilm - racconta commosso Igor dopo la proiezione - , volevo proprio che questa storia, questo percorso riassunto in un’ora e mezzo non fosse banale. Non e facile narrare le gesta di uno che non vuole essere il fenomeno di turno; perché io rappresento la normalità. Indossare una maglia per me era questione d vita o di morte: non dormivo di notte, volevo arrivare al massimo del risultato possibile. Questo mi ha permesso di chiudere la carriera in una meravigliosa città fatta di gente straordinaria».  

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