Livorno, ucciso durante la trattativa: il mistero dei soldi per l’oro. Le domande ancora senza risposta
L’arma del delitto è un coltello: Amirante è stato visto uscire dallo studio mentre la impugnava, ma non è stata ritrovata
LIVORNO. Ci sono ancora (almeno) due grandi interrogativi da sciogliere dopo il delitto di via Grande, quello costato la vita all’agente di commercio Francesco Lassi, 55 anni, ucciso con due coltellate nello studio del commercialista Massimo Galli. Il primo, sul quale gli inquirenti sono a buon punto, è perché l’ex collaboratore di giustizia Luigi Amirante, fermato come persona gravemente indiziata di delitto e domani davanti al giudice per la convalida, giovedì scorso lo abbia assassinato. Una lite, pare, provocata da una lamina d’oro di un etto (valore 14mila euro) «motivo della contesa sfociata in tragedia», spiegano gli investigatori.
Il motivo dell’incontro
I due si erano conosciuti in quell’occasione e mai si erano visti prima. L’altro, invece, riguarda proprio la trattativa. Il motivo dell’incontro fra i due. Vis-à-vis, in una stanza isolata dal resto dei professionisti che operano nello studio. Appurato che il quarantasettenne napoletano – condannato a 14 anni di reclusione per traffico di cocaina e in passato accusato della detenzione di oltre cinque tonnellate della stessa “polvere bianca” – l’oro volesse comprarlo, e non venderlo, non è chiaro con quali soldi potesse farlo. Lui, quella forza economica, almeno legalmente da solo non poteva averla. Per questo gli agenti della Squadra mobile della questura, diretti dal vicequestore Riccardo Signorelli, pur concentrati principalmente sulle ragioni del delitto per capirne l’eventuale premeditazione, stanno ormai approfondendo – coordinati dal pm Niccolò Volpe – ogni aspetto di questa tragedia costata la vita all’ex candidato del Movimento 5 stelle alle Comunali di Pistoia.
La vittima
Lassi era agente di commercio (tecnicamente un collaboratore esterno, con un mandato) per la “Sardi Silver”, l’azienda che fino a un mese fa aveva un’oreficeria in via Grande 160 (a poca distanza sia dal luogo dell’omicidio sia dalla casa dove abitava Amirante prima di essere fermato) e che dal 10 febbraio scorso si è trasferita in via Ricasoli, dove ha inaugurato il nuovo negozio. Il gestore dell’esercizio commerciale, Nicola Sardi, è dipendente della stessa impresa e nipote di Massimo Galli, il titolare dello studio di commercialisti: al momento della tragedia pure lui era lì, in un’altra stanza. Al Tirreno, preferisce non parlare. Fra lui e Lassi, in ogni caso, c’era un rapporto di amicizia, si conoscevano da tanti anni e si stimavano. Uno choc, per lui, ciò che è accaduto.
La lamina d’oro
Anche perché è Sardi che ha messo in contatto telefonicamente Amirante e Lassi, offrendo la stanza sede legale della società per l’incontro, sebbene – stando alla sua ricostruzione – il cinquantacinquenne in quel momento stesse operando autonomamente, quindi non stava vendendo oro per Sardi. Di cosa stavano parlando esattamente il killer e la vittima? Qual era l’oggetto della trattativa? Solo la lamina d’oro o, più probabilmente, un quantitativo più ampio del quale quello ritrovato sulla scena del crimine ne era solo il campionario dimostrativo? Interrogativi che dovranno sciogliere gli inquirenti, anche perché Sardi dice di non saperlo. Sicuramente Amirante non poteva disporre di una quantità tale di denaro per comprare etti (figuriamoci chili) d’oro: «Bisogna accertare quest’eventuale disponibilità», le parole del vicequestore Signorelli durante la conferenza stampa organizzata due giorni fa alla presenza del procuratore Maurizio Agnello e della questora Giusy Stellino.
Le domande
Il background criminale di Amirante, sebbene poi diventato collaboratore di giustizia, apre agli inquirenti ogni scenario, data la sua vicinanza (ma non affiliazione) ad alcuni clan della camorra. Riciclaggio? Una rapina da pianificare? In passato è stato condannato per aver «detenuto 5.232,21 chili di cocaina, con una quantità di principio attivo idoneo al confezionamento di 24.915 dosi, nonché tre pani di cocaina con una quantità idoneo al confezionamento di altre 13.736 dosi». Non è chiaro se Lassi lo sapesse, forse no visto che Sardi era convinto che di cognome si chiamasse “Cuzzovaglia” e così glielo aveva presentato. In passato era stato cliente del negozio ora chiuso di via Grande, acquistando alcuni monili d’oro, e nei sistemi informatici così era stato registrato: “Cuzzovaglia “. Invece si chiamava Amirante. E nello studio ha ucciso l’agente di commercio al culmine di una lite.
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