Firenze, il corteo bloccato da Leila: chi è l’attivista iraniana che urla ai pacifisti – «L’America ci sta aiutando»
Dalla protesta fiorentina esplode una frattura che parla all’Italia: chi denuncia il regime e chi contesta l’intervento americano
FIRENZE. Sono pochi minuti alle sei del pomeriggio di domenica 1 marzo quando il corteo si mette in movimento dai lungarni. In testa una lunga bandiera arcobaleno, dietro cartelli con scritto “Stop bombing Iran”. La manifestazione è stata promossa da Arci Firenze insieme a Cgil, Anpi e altre sigle della sinistra e del pacifismo per protestare contro l’intervento militare di Stati Uniti e Israele e i bombardamenti sull’Iran. Alla partenza sono presenti circa centocinquanta persone.
La protesta di Leila Farahbakhsh
La marcia si ferma dopo pochi metri. Una donna attraversa la strada e si piazza davanti alla prima fila. «Ora vi voglio dire una cosa io», dice Leila Farahbakhsh, iraniana residente a Firenze da quindici anni e attivista dell’associazione mondiale “Donne, vita e libertà”. Blocca il corteo e alza la voce. «Come avete potuto restare in silenzio quando il regime in due giorni ha chiuso Internet e ha ucciso 40mila persone? Cinquantatremila sono in arresto e sotto tortura. Dove eravate?». Continua a gridare rivolgendosi ai manifestanti: «Le donne in Iran sono sotto violenza, 10mila persone accecate. Eravate in piazza quando organizzavamo noi le manifestazioni? Non avete mai organizzato voi, e ora siete qua per dire cosa? Per dire che il popolo iraniano ha chiesto aiuto?». Aggiunge: «L’America ha aiutato il popolo iraniano, non potete fare un presidio così». Alcuni replicano: «Noi qui siamo in piazza col popolo iraniano». La Digos le chiede di calmarsi e di spostarsi. «Fatemi parlare, sono una donna iraniana e ho diritto di parlare», risponde.
Il corteo riparte
Segue un breve battibecco con alcuni manifestanti, poi il corteo riparte in direzione di piazza del Cestello.
Le parole a margine
A margine Leila parla con i cronisti. «Qui ci sono pochissimi iraniani», afferma. «Molti non hanno famiglia in Iran. Dalla loro comfort zone vorrebbero decidere dell’Iran. Le nostre famiglie sono sotto il fuoco del regime. Da quattro anni non posso rientrare nel mio Paese».
.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=06ae944)