L’incidente
«Babbo basta, non picchiare mamma»: la vicina sente le grida dei bambini e dà l'allarme
Grosseto, l’uomo è stato condannato a due anni: era stato già giudicato per maltrattamenti verso la moglie
GROSSETO. «Quando stacco dal lavoro e torno a casa, ho paura. Mi viene l’agitazione perché non so in quale stato torna a casa mio marito». Lo aveva raccontato ai carabinieri una donna che, nell’ottobre del 2024, aveva sporto querela contro il marito, un 46enne attualmente detenuto. Esasperata da un comportamento fatto di vessazioni quotidiane, confermate anche dalla vicina di casa: «tutti i giorni litigano, tutti i giorni guardo giù nel giardino perché ho paura che lui la possa gettare dal terrazzo», aveva detto la vicina.
Maltrattamenti l’accusa per la quale l’uomo è stato condannato con il rito abbreviato dal giudice Giuseppe Coniglio, nonostante che il pm Carmine Nuzzo avesse sollecitato l’assoluzione per insussistenza del fatto, una tesi cui si era associato anche il difensore Marco Fanti. Due anni, senza sospensione della pena, perché l’uomo è recidivo. Era accusato di aver reso impossibile la vita alla moglie, anche alla presenza dei figli minorenni: un clima di violenze fisiche e verbali che si sarebbe sviluppato nei primi dieci mesi del 2024. Il 20 ottobre di quell’anno erano intervenuti i carabinieri, chiamati appunto dalla vicina: «Ho sentito i figli implorare “babbo basta, babbo basta”». La moglie era in lacrime, il marito era tornato ubriaco e le aveva chiesto dei soldi: lei si era rifiutata, lui era andato in escandescenze («sei una mamma di m… non sai fare un c… in casa, non pulisci, non fai da mangiare ai figli») .
I militari avevano accertato che dieci anni prima lui era stato arrestato, sempre per maltrattamenti, sempre ai danni della moglie. Un altro arresto nel 2019, sempre per gli stessi motivi, sempre con la stessa vittima. Era seguito un patteggiamento, un anno e otto mesi. Dunque un comportamento vessatorio praticamente ininterrotto, fatta eccezione per i periodi di arresto, prevalentemente verbale. Ogni volta che la convivenza era ripresa, erano ripresi anche i maltrattamenti. La donna è apparsa attendibile, al pari della vicina di casa. Quello che era stato instaurato nell’abitazione era un clima di ansia e di paura; l’uomo avrebbe ridotto la moglie in uno stato di assoluta soggezione, al punto da costringerla a rivolgersi alle forze dell’ordine per chiedere l’allontanamento dall’appartamento, perché – nota ancora il giudice – la convivenza era ormai diventata intollerabile sotto ogni punto di vista e la situazione appariva fuori controllo.
Il gip aveva disposto l’imputazione coatta dopo che la Procura aveva chiesto l’archiviazione (e ora l’assoluzione); il Tribunale ritiene che i fatti siano provati e che l’uomo debba essere condannato. Sussiste anche la recidivanza, perché i comportamenti si sono ripetuti nel tempo e sono stati significativi. Le aggravanti (fatti commessi davanti ai figli) sono state bilanciate con le attenuanti: i nuovi fatti sono di natura prevalentemente verbale. E, appunto, nessuna sospensione della pena perché l’uomo risulta già giudicato per reati di questo stesso genere.
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