Il Tirreno

Grosseto

25 anni di dolore

Grosseto, elisoccorso precipitato a Poggio Ballone: cinque vittime e una ferita ancora aperta – «Li conoscevo tutti, non volevo crederci»

di Elisabetta Giorgi

	I resti dell'elisoccorso precipitato (Agenzia Bf) e le vittime
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I resti dell'elisoccorso precipitato (Agenzia Bf) e le vittime

La notte tra l’8 e il 9 ottobre 2001 l’elisoccorso dell’Asl precipitò nella nebbia. Morirono medico e infermiera del 118, pilota, copilota e paziente trasportato

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GROSSETO. Sono passati 25 anni, ma la tragedia di Poggio Ballone che costò la vita a cinque persone resta una ferita ancora aperta, tanto che alcuni medici e infermieri in servizio all’epoca, contattati oggi, preferiscono non parlare pubblicamente tale è la sofferenza rimasta. «Lei capirà», sussurrano al telefono; pochissimi commenti a caldo, nel dolore, furono espressi anche allora.

«Non credo ci sia bisogno di altre e troppe parole se non sottolineare che il dottor Campo, la signora Castorina, i piloti Minetti e Brancaleon sono da tempo gli umili e nobili eroi del dovere, morti nell’assolvere una loro missione professionale ma, soprattutto, umana e sociale», disse tra le lacrime l’allora direttore generale dell’Asl 9 Gianfranco Salvi subito dopo la tragedia.

Dopo la strage fu proclamato lutto cittadino. Il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, scrisse al prefetto Giuseppe Amoroso per esprimere commozione a nome di tutto il Paese.

Cristina Buriani, all’epoca direttrice sanitaria dell’Asl 9, contattata oggi dal Tirreno ricorda come «fu una tragedia enorme che vivemmo male tutti. Ricevetti una telefonata nel cuore della notte. Poche parole per farmi sapere che l’elisoccorso con un paziente a bordo era precipitato ed erano tutti morti, cinque persone. Non volevamo crederci. La mattina presto insieme al dottor Salvi andammo sul posto. Piangemmo».

Persero la vita sul colpo Giovanni Minetti, pilota di 38 anni; Paolo Brancaleon, copilota di 38 anni; il medico del 118 Niccolò Campo (42 anni) e l’infermiera Gemma Castorina (44 anni); Paolo Massellucci (29 anni), che ferito doveva essere trasportato a Pisa. Era in condizioni gravi, gli altri volevano salvarlo ma il destino era dietro l’angolo. «Nostro figlio doveva proprio morire», piansero i genitori. In occasione dei 25 anni, venerdì mattina alle 10 a Poggio Ballone sarà il giorno della commemorazione per una tragedia che nessuno dimenticherà mai.

È la notte del 9 ottobre quando l’elicottero Pegaso 2 si alza in volo dalla piazzola dell’ospedale Misericordia di Grosseto. Sono le 1,30 circa. A bordo ci sono pilota, copilota, medico e infermiera; paziente.

Il velivolo giallo del servizio d’emergenza della Regione Toscana parte alla volta di Pisa. Il ferito presenta un politrauma anche con importante trauma cranico e dev’essere operato con urgenza; è grave, ha subìto un primo intervento all'addome. È una corsa disperata per farlo sopravvivere. Lo schianto avviene sotto Poggio Ballone, installazione militare dell'Aeronautica Militare Italiana: l’elicottero finisce la sua corsa impattando violentemente contro la fitta vegetazione sul fianco del massiccio, poco prima delle 2 di notte. Nessun sopravvissuto.

Qualche commento a caldo, raccolto dalle cronache dell’epoca, racconta che l’elicottero è inghiottito dalla nebbia; che viene visto volare «troppo basso» radente ai pini della vallata. A bordo c’è personale scrupoloso e super esperto, si vocifera di un guasto ma l’elisoccorso è stato controllato, i controlli sono certosini; certo è che Pegaso 2 quella notte non arriverà mai a Pisa. E che il veicolo – un volo notturno “a vista” a circa 1.500 piedi di quota – viene inghiottito nel nulla in un contesto di forte stress ambientale, dove la visibilità è quasi azzerata per la presenza di un grosso banco di nebbia. La notizia si diffonde rapida perché ogni elicottero ha una sorta di allarme definito dagli esperti “crash beacon”.

In caso di incidente l’apparecchiatura si mette subito in moto e in contatto con il radar più vicino. Così dalla base radar di Poggio Ballone esce subito una jeep dei carabinieri seguita da decine di altre pattuglie, ambulanze e mezzi di soccorso. Soccorritori e forze dell’ordine si portano rapidamente sul posto e quando arrivano con le torce si manifesta uno scenario apocalittico.

L’elicottero schiantato contro un terrapieno in mezzo al bosco, pezzi della carlinga a terra. Schegge di lamiera ovunque; su un albero parti di elica come una croce posticcia in mezzo alla fitta nebbia che avvolge il poggio; i corpi che vengono pietosamente cercati in un’atmosfera spettrale, disumana. I soccorsi si rivelano inutili. La mattinata passa con macchine che sfrecciano in salita; ambulanze con il personale sotto choc, la sindaca di Castiglione Monica Faenzi addolorata; così come l’assessore regionale Enrico Rossi; il manager dell’Usl Salvi; i funzionari della sanità. Una volontaria del 118, quando sente i nomi, si mette a singhiozzare: «Li conoscevo tutti, speravo fosse un incubo».

La tragedia coglie il paese di Tirli nel sonno. Chi ha visto cosa? La cronaca della tragedia è scarna. Leggiamo tra le notizie di allora: «Alla postazione radar abbiamo udito il fragore dell'impatto», racconta un militare. A Tirli un fornaio è intento a panificare quando sente un frastuono tale da superare il rumore delle macchine usate per impastare. L’unico testimone oculare racconta di essere stato in terrazza e aver visto il velivolo volare «strano» e basso, in una direzione che sembrava non aver seguito la consueta rotta per poi sparire nella nebbia. «Sì, un banco di nebbia fittissimo sotto il poggio, poi all’improvviso si è fatto silenzio e mi sono preoccupato. Ho chiamato Poggio Ballone ma nessuno rispondeva, allora sono salito per la strada che va verso il radar e ho visto le luci dei primi soccorritori».

Da lì in poi è il momento dello choc, delle domande, dell’inchiesta, del dolore dei familiari, dei soccorritori e dei colleghi che si muovono nella fitta coltre che avviluppa il poggio; del recupero dei resti delle vittime e - per 25 lunghi anni fino a oggi - del ricordo che non muore.


 

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