Grosseto, calci, pugni e minacce di morte al medico: 40enne sotto accusa
I fatti risalgono a due anni fa: l’uomo è stato dichiarato incapace di intendere e volere, ma per un anno sarà in libertà vigilata
GROSSETO. Si era presentato in ospedale pretendendo di essere ricoverato. Quando i sanitari gli avevano fatto presente che non c’erano le condizioni cliniche necessarie e indispensabili, aveva dato in escandescenze e aveva aggredito lo psichiatra, ferendolo anche al volto con calci e pugni.
La sentenza
È stato dichiarato totalmente incapace di intendere e volere un 40enne che un paio di anni fa fu protagonista di un episodio violento nella struttura sanitaria. Assolto perché non imputabile dalle accuse di lesioni e resistenza a pubblico ufficiale. Ma il giudice Marco Mezzaluna ha comunque disposto per lui una misura di sicurezza: per un anno sarà sotto libertà vigilata, dovrà recarsi obbligatoriamente al servizio psichiatrico, dovrà seguire con scrupolo le prescrizioni, dovrà sottoporsi a monitoraggio periodico, non potrà bere alcolici o assumere stupefacenti e neanche portare armi o strumenti atti a offendere.
I fatti
L’uomo soffre di un disturbo bipolare. Lo ha stabilito una perizia psichiatrica disposta nel corso di un altro procedimento penale (porto abusivo di armi) più o meno coevo a quello oggetto di questo procedimento penale (2024): una perizia recepita anche e soprattutto perché cristallizza la medesima situazione clinica di quei mesi. Cosa era accaduto il 27 ottobre 2024? Il giudizio si è svolto con il rito abbreviato, cioè sulla base degli atti contenuti nel fascicolo di accusa. L’imputato, assistito dall’avvocata Sabrina Pollini, si era presentato di notte al pronto soccorso, in stato di agitazione psicomotoria: era stata diagnosticata un’intossicazione da sostanze stupefacenti. Aveva chiesto insistentemente di essere ricoverato in psichiatria. Lo specialista lo aveva sottoposto ad analisi, come da protocollo (non è possibile ricoverare pazienti sotto effetto di sostanze), e aveva riscontrato la presenza di stupefacenti. «Non posso ricoverarla, deve prima smaltire le sostanze» era il senso di ciò che il medico aveva detto al 40enne mentre l’uomo aveva già dato in escandescenze.
Le minacce e le botte
A quel punto il paziente avrebbe minacciato lo psichiatra: «Ti spacco la faccia, ti ammazzo, ti sgozzo, so dove lavori». E alle minacce aveva fatto seguire i fatti: calci e pugni che avevano causato un trauma facciale, al torace e all’addome, con prognosi di sette giorni. Erano state chiamate le forze dell’ordine, l’uomo si era però già allontanato dall’ospedale quando la polizia era arrivata. Gli agenti avevano raccolto le testimonianze dei presenti: gli infermieri, una dottoressa, una guardia giurata. Versioni concordati, i testimoni avevano anche riconosciuto il paziente nelle foto che erano state mostrate loro.
«Persona socialmente pericolosa»
Il giudice dell’udienza preliminare ha utilizzato la relazione peritale del professor Pietro Pietrini (datata marzo scorso), quella fatta svolgere nel corso del procedimento per armi in corso davanti al giudice monocratico (fatti del marzo 2024). Lo specialista ha accertato la presenza di un disturbo di tipo psicotico con alterazione del pensiero e dell’esame della realtà e gravi distorsioni nell’interazione dell’ambiente. Con il ripristino della terapia, e soltanto con questo fattore, l’imputato ha mostrato miglioramenti, mentre i fatti di due anni fa erano avvenuti in una condizione di scompenso psicopatologico. Un percorso altalenante, regolato dall’assunzione o dall’astensione dal consumo delle sostanze stupefacenti. Al momento dei fatti, secondo il professor Pietrini, l’imputato dimostrava una «compromissione significativa delle capacità di autodeterminarsi», in una condizione mentale tale da «abolire in misura totale la sua capacità di comprendere la natura e le conseguenze delle sue azioni». L’imputato è stato definito persona socialmente pericolosa nella perizia e anche questo aspetto è stato ritenuto valido dal gup, anche se il 40enne sta progressivamente diventando consapevole (grazie soprattutto alla terapia) della propria malattia e della necessità di curarsi. Occorre proseguire il trattamento, occorre anche secondo il professor Pietrini cercare di inserire l’uomo in un’attività lavorativa stabile, quale fattore protettivo. Dunque il giudice ha ritenuto necessaria la libertà vigilata.
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