Coltellino contro un compagno di 10 anni durante la mensa: scoppia il caso in una scuola elementare in Maremma
L’esposto dei genitori in caserma, lo sfogo di una lavoratrice: «Il sistema educativo dovrebbe garantire sicurezza per gli alunni e per tutti gli insegnanti»
GROSSETO. Al culmine di una situazione che va avanti da anni, sentirsi rispondere da chi di dovere che si è fatto tutto il possibile «ma purtroppo funziona così» c’è da rimettere in discussione l’intero sistema. È quello che è accaduto giorni fa in una scuola primaria, quando i bambini hanno raccontato ai genitori di un compagno di 10 anni che a mensa avrebbe preso un coltellino da pasto, di quelli forniti per il pranzo, e con quello in mano si sarebbe rivolto verso un compagno: le famiglie hanno presentato un esposto ai carabinieri.
Il contesto
L’alunno porta con sé una storia di difficoltà cominciata – e segnalata, si apprende – fin dall’infanzia. Durante la crescita ha avuto un rapporto complesso con i coetanei e con le figure adulte all’interno dell’istituto, con episodi mai eclatanti ma ripetuti nel tempo e tali da destare attenzione: questo in particolare, che per altro non ha richiesto l’intervento del personale, è stato la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso spingendo alcuni genitori ad andare in caserma e lavoratori del plesso a far sentire la propria voce.
La situazione: la voce dei lavoratori
«Il bambino non ha colpa, quello è il suo modo di chiedere aiuto e noi tutti abbiamo il dovere di intercettare questo bisogno e farcene portavoce. Siamo noi ad aver fallito», premette una di questi ultimi, chiedendo l’anonimato, sostenendo che «gli alunni sono condizionati da esempi e stimoli che non hanno gli strumenti per interpretare se non glieli diamo noi. A questo bambino è mancato il supporto». Chi parla assicura di aver visto nell’evoluzione dell’alunno «cambiamenti anche in positivo», ma ribadisce che «i nostri sforzi, spesso al di là delle proprie mansioni, sono vani se il cambiamento non attecchisce».
Lo sguardo si sposta quindi verso la dirigenza. «Voglio darle il beneficio del dubbio quando afferma di non aver lasciato niente di intentato, ma se siamo a questo punto è evidente che non tutto è stato fatto. Come si dice: si faccia una domanda e si dia una risposta», evidenzia ancora la lavoratrice, che poi confessa: «Avvertire poi anche un rimprovero da parte di chi dovrebbe essere responsabile mi ha fatto riconsiderare la mia permanenza qui». E non nasconde di non essere la sola.
Allo stesso modo alcune famiglie stanno pensando di attuare l’astensione scolastica: tenere i figli a casa finché la cosa non viene risolta, sull’esempio dei genitori di studenti di una secondaria di primo grado che a febbraio fecero ricorso al codice civile. Tutt’altro contesto quello del ragazzino minaccioso e violento, ma per loro comunque un appiglio.
La sigla
È qui che interviene Flc Cgil. «Si tratta di una situazione da esaminare con attenzione ed è da verificare l’esattezza dell’accaduto, che da quanto riportato sembra evidenziare una condizione di forte sofferenza di studenti e del personale docente, che potrebbe portare a burnout, stati d’ansia e stress lavoro correlato», premette la segretaria Alessandra Vegni.
Secondo il sindacato si devono potenziare le misure adottate per garantire sicurezza e serenità all’interno dell’ambiente scolastico. «Come organizzazione sindacale ci chiediamo quali atti sostanziali abbia attivato il dirigente scolastico per mettere in sicurezza gli alunni e gli insegnanti – prosegue Vegni – in quanto il dirigente ha responsabilità sia sulla sicurezza degli studenti sia sulla salute e sicurezza delle lavoratrici e dei lavoratori. La situazione lede gravemente i diritti di studenti e lavoratori».
Il tema, sottolinea la segretaria riguarda l’intero contesto educativo: «Essere costretti a recarsi ogni giorno a lavoro per sostenere sé stessi e la propria famiglia non dovrebbe mai tradursi nella paura quotidiana di entrare nell’ambiente di lavoro. Quando queste situazioni non vengono gestite adeguatamente si produce un danno psicofisico ai docenti, agli altri alunni e anche allo stesso bambino coinvolto, che rischia di essere additato invece che tutelato».
L’appello
Il sindacato si rivolge alle istituzioni, «sia al dirigente scolastico sia all’Ufficio scolastico territoriale: quali azioni concrete sono state adottate e quali verranno adottate affinché questi ambienti possano riconquistare la tranquillità indispensabile per garantire i diritti di tutte le parti in gioco?». Nel frattempo, la segretaria annuncia ulteriori iniziative: «Confidiamo in un’ispezione approfondita e, come sindacato, attiveremo tutte le azioni di nostra competenza».
Infine, Vegni richiama le esigenze dei docenti, che coincidono con quelle degli alunni: «Devono essere messi in condizione di fare il loro lavoro, essere ascoltati e aiutati a risolvere i problemi. Devono poter svolgere il loro ruolo di supporto a tutti i bambini, compreso quello che oggi si trova esposto e deve essere tutelato come gli altri. Tutti i docenti, come in ogni luogo di lavoro, hanno diritto a operare in un ambiente sicuro per loro ma soprattutto per bambini che sono chiamati ogni giorno a tutelare».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
