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Per la spesa si spende sempre di più: aumenti fino a 386 euro – Cinque anni di rincari: cosa dicono i numeri e come cambiano le abitudini

di Ivan Zambelli
Per la spesa si spende sempre di più: aumenti fino a 386 euro – Cinque anni di rincari: cosa dicono i numeri e come cambiano le abitudini

Il Ministero pubblica l’andamento del prezzi dal 2021 al 2025 sulla base dei dati Istat. Dal pane alla carne, dalle verdure al caffè: in provincia di Grosseto i prezzi continuano a salire e il carrello della spesa si svuota

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GROSSETO. Prezzi sempre più alti ma con carrelli sempre più vuoti. Un binomio che dalla pandemia in poi è diventato ormai indissolubile quando si parla di andare a fare la spesa, anche in provincia di Grosseto. Aumenta il costo dei generi di prima necessità, come la carne e il pesce, la pasta e il pane, finanche l’acqua. Per non parlare poi delle merci di importazione, come caffè e la cioccolata, praticamente raddoppiate in cinque anni. Una tendenza che, causa l’inflazione che non si ferma, porterà ad un rincaro generalizzato per le famiglie, che Federconsumatori calcola in 672 euro. E dove la componente alimentare pesa per 386 euro.

I dati

La tendenza dei prezzi in provincia di Grosseto arriva dall’osservatorio prezzi del ministero delle Imprese e del made in Italy, che a sua volta riporta dati Istat. Sul sito è infatti possibile osservare l’andamento dei prezzi per un paniere di beni e servizi di largo consumo. Ragionando per prezzi medi il pane, alimento simbolo della spesa quotidiana, passa da 3,13 euro al chilo nel 2024 a 3,20 nel 2025 (+2,2%), ma nel 2021 costava 2,50 euro; quasi il 30% in meno. La carne bovina fresca aumenta dell’8,6% in un anno, arrivando a 22,89 euro al chilo, mentre nel 2021 era sotto i 20 euro. Più contenuto l’aumento del petto di pollo (+0,7% sull’anno), ma il confronto con il 2021 segna comunque un +27,4%. Tra i prodotti più influenzati dalle dinamiche internazionali spiccano caffè e cacao. Il caffè tostato raggiunge 14,87 euro al chilo nel 2025 contro i 13,03 del 2024 (+14,1%), quando nel 2021 costava 8,78 euro. Anche il cioccolato cresce del 16,9% in un anno e di oltre un quarto rispetto al 2021. Tra i latticini il Parmigiano aumenta dell’8,6% rispetto al 2024 e di circa il 15% sul 2021. Il burro invece cala sensibilmente nell’ultimo anno (-15,9%), ma resta comunque oltre un terzo più caro rispetto a quattro anni fa. Stessa dinamica per la passata di pomodoro, scesa rispetto al 2024 (-14,7%) ma più cara del 2021. Tra i prodotti ittici il merluzzo fresco cresce del 9,3% sull’ultimo anno e di oltre il 33% rispetto al 2021, mentre il salmone registra una lieve flessione nel 2025 (-2,9%) ma resta oltre il 40% più caro rispetto a quattro anni fa. Ed anche un bene primario come l’acqua continua a salire: quella minerale segna un +2,1% sull’anno e circa +18% rispetto al 2021.

L’analisi

«L’aumento generalizzato dei prezzi ha cambiato profondamente il modo di fare la spesa», spiega il presidente di Federconsumatori Grosseto Giorgio Romualdi, suggerendo di prestare attenzione quando si vanno a fare compere: «I carrelli sono spesso mezzi vuoti. Sempre più famiglie si rivolgono ai discount, dove i prezzi sono mediamente più bassi, oppure cercano nella grande distribuzione prodotti prossimi alla scadenza che hanno sconti anche del 20-25%. È una strategia che ormai è diventata quotidiana». Secondo Romualdi il cambiamento riguarda anche la tipologia dei prodotti acquistati, perché tendenzialmente «si compra meno carne e si scelgono tagli meno pregiati. Lo stesso avviene per il pesce: spesso si passa dall’orata di mare a quella d’allevamento oppure al pesce azzurro, più economico. Anche tra i surgelati si preferiscono prodotti meno costosi rispetto al fresco». Il tema centrale è il potere d’acquisto. «Stipendi e pensioni sono tra i più basse d’Europa, che legati all’inflazione hanno determinato una perdita di circa dieci punti di capacità di spesa rispetto al 2022. Questo si riflette chiaramente nei comportamenti dei consumatori che sono più attenti alle offerte, fanno più confronto tra marchi e spesso rinunciano alla qualità». Per questo, continua Romualdi, le persone si rivolgono sempre più ai discount. «Le grandi marche spesso garantiscono controlli più rigorosi sulla qualità e sulla tracciabilità, ma costano di più. Nei discount il prezzo è più basso, ma il consumatore non sempre ha strumenti per verificare la filiera o le condizioni di produzione. È una scelta che molte famiglie fanno per necessità». Federconsumatori, ricorda Romualdi, chiede da tempo interventi per abbattere questi costi, partendo da un taglio sensibile dell’Iva. «Ridurre o azzerare l’imposta su alcuni beni essenziali come pane, carne e pesce potrebbe restituire potere d’acquisto alle famiglie. Per il 2026 stimiamo un aumento complessivo attorno al 4% per le famiglie, che spenderanno 386 euro in più per fare la spesa». Il risultato, conclude Romualdi, è evidente anche nella quotidianità: «Si comprano meno quantità, si cercano offerte, si pianificano di più gli acquisti. Il carrello resta pieno solo in apparenza, ma dentro spesso c’è meno qualità o meno prodotti».

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