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Carnevale di Viareggio, il gran balzo del lupo. Bertozzi: «Da ultimo a primo, che figata. Finalmente mi metto le tigri alle spalle»

di Simone Pierotti

	“Attenti al lupo” di Luca Bertozzi, carro trionfatore del Carnevale 2026 (foto Iacopo Giannini)
“Attenti al lupo” di Luca Bertozzi, carro trionfatore del Carnevale 2026 (foto Iacopo Giannini)

Il carro che ha vinto nato da una delusione atroce: l’ultimo posto di un anno fa

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VIAREGGIO. Era il 1992 e Luca Bertozzi era un bambino di appena sette anni quando al Carnevale, che forse non era ancora nel suo destino, trionfò il lupo di Carlo ed Enrico Vannucci. Chissà, magari gli era rimasta una suggestione. Che ha trovato sfogo trentaquattro anni dopo, allorché un altro lupo sbrana tutti gli altri carri. Il suo lupo. Nato da una delusione atroce, l’ultimo posto di un anno fa, mai provata da chi s’era visto appiccicare l’etichetta del predestinato. C’è molto di Luca, in questa vittoria.

(La grande gioia di Luca Bertozzi dopo il trionfo – foto Giannini)

A partire dal titolo autobiografico, un "In bocca al lupo" a sé stesso che si ritrovava clamorosamente nel pantano della lotta per non retrocedere, a dover tuffarsi nel gorgo delle sue paure più recondite. A partire dai due personaggi dello spettacolo che ha portato sui viali a mare - la Cappuccetto Rosso che ha il volto della figlia Luna e il lupo ispirato a Django, l’inseparabile cane che scodinzola sempre nel suo hangar. Dopo l’annuncio della vittoria, lui sorride incredulo con il copricapo da pigna in testa: no, non se l’aspettava. Esattamente come cinque anni fa con le tartarughe di "Sotto sotto".

Luca, sei nuovamente nella storia: hai vinto nel 2021 da debuttante assoluto in prima categoria, e forse è la prima volta che un carrista trionfa dopo essere arrivato ultimo l’anno prima.

«Non lo so se era mai successo prima. So solo che è una figata (ride, ndr) . Per me questo successo è dieci volte inaspettato: ho vissuto male la scorsa estate, nel mio tunnel ho cercato di preservare l’idea del carro: ci tenevo a godermi quest’anno e ad avere un bel ricordo di una potenziale ultima stagione tra i carri grandi. Ho cercato di proteggere cinque mesi di lavoro che sono anche cinque mesi di vita, non volevo buttarli via: mi sono dedicato al carro».

Citando un romanzo di Ignazio Silone: qual è il segreto di Luca e di questa vittoria?

«Se mi chiedi la ricetta per fare un bel carro non c’è... di sicuro questo è riuscito a offuscare il ricordo delle tigri: da lì in poi niente di ciò che ho fatto era stato giudicato all’altezza di quel lavoro. Tutte le scelte che ho fatto per il carro sono state dettate dal cuore, senza vincoli o freni, a partire dalle musiche: mi sono lanciato in quello che non avevo mai fatto, la modellatura era forse l’ultimo aspetto che mi premeva».

È un carro molto intimo questo?

«Assolutamente sì, è stato condiviso con la mia famiglia e con i miei collaboratori. Una sera stavo dipingendo il bozzetto al buio in giardino: mia figlia si è avvicinata con una candela in mano. "Tieni papà, così vedi meglio" mi ha detto. E ho messo quell’alone giallo nel bozzetto».

Quando hai sentito che avresti vinto?

«In realtà non lo volevo capire: ero rimasto troppo traumatizzato dall’anno scorso. Dopo il primo corso ero contento perché il carro era finito e ripulito da alcuni piccoli errori: per me era già una sfida personale vinta. Sono rimasto freddo e rigido, anche se in tantissimi mi hanno scritto soprattutto per condividere con me l’emozione che avevano provato guardando il carro e per raccontarmi le loro paure che hanno affrontato».

A chi dedichi questa vittoria?

«Alla mia famiglia, a partire dalla mia compagna Lara, e al mio collaboratore Francesco Lanotte che mi segue dalle maschere isolate: nei momenti bui ci ha creduto più di me e dove non arrivo io arriva lui. Il premio speciale per i movimenti è una grande rivincita per lui che, da carpentiere, si è sempre preso delle enormi responsabilità: senza Francesco non potrei fare il carro»

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