L’inchiesta
Firenze, l’alluvione può ripetersi: quali sono le opere che mancano per rendere sicuro l’Arno
Gaia Checcucci, segretaria dell’Autorità di bacino: «Il rischio zero non esiste, ma oggi possiamo stare tranquilli»
FIRENZE. La targa di via dei Neri segna 4 metri e 92 centimetri. Fin lassù arrivò l’acqua il 4 novembre 1966, trascinando auto e nafta nelle strade. Alla Nave di Rovezzano l’Arno portava 4. 100 metri cubi al secondo. Ponte Vecchio ne lasciava passare 2. 300. La città fu invasa da oltre 70 milioni di metri cubi. Morirono 17 persone a Firenze, altre 18 in provincia. Ora, alla vigilia del sessantesimo anniversario, Gaia Checcucci, segretaria dell’Autorità di bacino, dice a Palazzo Vecchio: «Il rischio zero non esiste». Ma aggiunge: «Possiamo stare tutti più tranquilli». L’assessore regionale David Barontini assicura che le città sull’Arno sono più sicure. Ma è davvero così? La distanza fra promesse e opere però si misura con i cantieri.
Da allora sono stati abbassati i fondali sotto Ponte Vecchio e Santa Trinita, rialzate le difese. È arrivata la diga di Bilancino sulla Sieve. Ci sono previsioni delle piene, allerta e protezione civile. Nel marzo 2025 Bilancino ha trattenuto quasi 10 milioni di metri cubi d’acqua durante le piogge. Il 30 settembre la Regione ha inaugurato gli ultimi interventi sui lungarni: 15 milioni di euro per argini, chiusure dei varchi e paratie mobili. Da montare con un’eventuale allerta. Sostiene di poter prevedere una piena con 24-36 ore d’anticipo e installare i panconi in meno di otto ore. Con queste opere nel centro possono passare fino a 3. 500 metri cubi d’acqua al secondo, contro 3. 200 prima dei nuovi lavori. Il picco del 1966 però fu di 4. 100. Il confronto non descrive da solo che cosa accadrebbe oggi: l’onda può essere trattenuta a monte e molto dipenderebbe anche dall’intensità delle piogge. La questione è quanta acqua si riesce a fermare prima che la piena dell’Arno raggiunga la città. Sono quattro le casse d’espansione previste nel Valdarno superiore: Pizziconi, Restone, Prulli e Leccio. Terreni da allagare quando il fiume cresce, da svuotare dopo la piena. Insieme dovrebbero raccogliere circa 25 milioni di metri cubi. Nel 1966 quelli finiti nelle strade di Firenze furono oltre 70 milioni degli oltre 200 di portata. Sono quantità diverse: da quella sottrazione non si può calcolare quanta acqua invaderebbe oggi la città, perché a decidere sono anche i tempi dell’onda.
E qui spuntano le date. Sul sito della Regione si legge che Pizziconi, a Figline, sarebbe stata ultimata nel luglio 2021, Prulli e Leccio nel 2022, Restone nel 2023. Pizziconi, da 3, 4 milioni di metri cubi, è entrata in funzione nel settembre 2025. A Restone una parte è disponibile, per 3, 3 milioni, ma i lavori proseguono per aggiungerne altri cinque. A Prulli il cantiere è partito soltanto il 30 marzo scorso: 72 milioni di euro, sette milioni di metri cubi di capienza, tre anni di lavori annunciati. Leccio è ancora un progetto. Mancano il rialzo della diga di Levane e altre opere sulla Sieve.
Sommando i volumi dichiarati per Pizziconi e la parte inaugurata di Restone si arriva a 6, 7 milioni di metri cubi. I 25 milioni attesi dipendono da opere ancora incompiute. Negli atti compare un dato in sospeso. Le nuove difese dei lungarni, insieme alla gestione di Bilancino, sono calcolate per una piena detta «duecentennale», ma oggi senza i 50 centimetri di margine fra l’acqua e la sommità delle protezioni che i tecnici prevedono di ottenere con tutte le casse in funzione. Il 30 settembre il presidente Eugenio Giani aveva parlato di Firenze messa in sicurezza. Per quel mezzo metro bisognerà attendere le casse ancora da finire.
Ci sono poi i torrenti e i fossi. La sindaca Sara Funaro cita il parco del Mensola e chiede di rafforzare la gestione delle emergenze. Sul torrente Ema il Consorzio di bonifica sta costruendo due casse da circa 100mila metri cubi ciascuna. Gli ingegneri Claudia Nati e Luca Solari avvertono che le piogge intense su bacini piccoli possono provocare allagamenti anche lontano dall’Arno. «Un evento come l’alluvione sappiamo che potrebbe ripetersi», dice Solari.
Il piano prevede che le paratie siano custodite in un deposito regionale a Mantignano. Quando scatta l’allerta bisogna portarle in centro, chiudere le strade e fissarle agli alloggiamenti sulle spallette. A giugno i tecnici calcolavano fino a dodici ore. A settembre la Regione parlava di meno di otto. Quando la piena si avvicina il tempo può fare la differenza fra sommersi e salvati.
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