Il Tirreno

Firenze

Il reportage

Tutti vogliono Silvia. Ma a Elly chi lo dice?

di Mario Neri
Tutti vogliono Silvia. Ma a Elly chi lo dice?

Al Puccini di Firenze la base dem sogna la sindaca di Genova a Palazzo Chigi. Giani, Funaro e Nardella le rendono omaggio, senza rompere gli equilibri del partito. Salis si sfila dalle prossime Politiche, attacca Meloni e intanto si costruisce un profilo nazionale. Sul 2030, però, lascia la porta aperta

5 MINUTI DI LETTURA





FIRENZE «Il governo ci ghosta», dice lei, che assieme ad altri sindaci ha scritto a Giorgia Meloni senza ricevere risposta. Curioso, per una donna che da oltre un anno nessuno riesce a ignorare. Più di mezzo campo largo vorrebbe tenerla in un angolo, lei finisce sempre al centro. E qui tutti vogliono Silvia. Silvia, Silvia, Silvia. «Who is Silvia?», chiederebbe Shakespeare. Chi è quella che tutti cantano? «Quella che ci farebbe vincere», dicono al Puccini. Vaglielo a spiegare, ai militanti dem e pro-Salis, che a Montepulciano Elly Schlein ha annunciato l’ultimo miglio per battere Giorgia. Ma niente, qui hanno già scelto il numero dieci. Salis è seduta su una poltroncina, nel teatro dove Renzi, Giani e Funaro lanciarono le loro campagne. Stasera dovrebbe presentare un libro. Dovrebbe.

«Sembrano quelle relazioni un po’ complesse in cui non ti dicono né sì né no», spiega la sindaca di Genova a Stefano Cappellini, direttore di Repubblica. I sindaci in attesa rappresentano dieci milioni di persone, in un tempo di forti tensioni sociali. «La povertà di chi lavora è la novità di questo tempo», aggiunge. Meloni, dice poi, ha perso un’occasione per aiutare le donne. Ma sul proprio futuro subito il freno: «Non ci sono le condizioni in questo momento» per fare la federatrice, «perché faccio la sindaca». Poi, rivolgendosi alla coalizione: «Al nostro campo progressista dico: usateci». E al Puccini l’hanno presa alla lettera.

Sono venuti quasi tutti. Sara Funaro apre la serata. C’è Federico Gianassi, reggente del Pd cittadino. La pattuglia renziana schiera Francesco Bonifazi e Stefania Saccardi; ci sono Antonio Mazzeo e, in prima fila, Bernard Dika. Ci sono Roberto Naldi, ad di Toscana Aeroporti, e Marco Casamonti, il nuovo Botticelli dell’era dei rendering. Con mezz’ora accademica di ritardo compare Eugenio Giani. Silvia lo saluta con calore. Molto riformismo, poca energia schleiniana nelle prime file. Applaudirla è facile, candidarla al posto della segretaria molto meno. Dario Nardella è corso da Montepulciano, dal raduno del correntone dem dove la segretaria nazionale è comparsa a sorpresa, quasi a voler fare da controcanto al Puccini: «Capisco che la tirino tutti per la giacchetta, ma è una donna impegnata a fare bene la prima cittadina». Ma se la politica cammina sulle uova, la base vorrebbe romperle nel paniere che la politica complica sempre con silenzi, trame, equilibrismi.

Fra le poltroncine rosse, mezze occupate già prima dell’inizio, Benedetta la vorrebbe premier. Lo dice proprio: «È decisa, concreta, precisa, risponde alle domande e si capisce sempre cosa dice». Saverio è convinto che sappia tenere insieme mondi diversi, che il campo largo ancora fatica a coalizzare. Lucia frena, ma è l’unica: «Non credo sia pronta. Però è un sacco brava». In terza fila Fabiana, Edy, Maura, Roberta e Caterina, segretaria di circolo, in pratica sono una sola voce. Tutte tesserate Pd, tutte conquistate: «Parla di contenuti, è chiarissima, sa andare al sodo. E comunica meglio, perché la politica non si fa più soltanto ai comizi». E Schlein? «Ma via, non ha nulla di tutto questo!». Un’altra Benedetta non capisce perché i capi non glielo chiedano: «Son solo giochi politici».

È la tentazione che corre dalla platea alle prime file. Un “frutto proibito” indicibile per la classe politica, l’unica chance di vittoria per gli elettori del campo largo e larghissimo. Per Giani, Funaro e Nardella investirla vorrebbe dire sfidare la loro segretaria proprio ora che si propone come leader dell’alleanza. «Io la appoggiai già al Coni, con lei ho un rapporto speciale», ci tiene a dire con il suo lessico d’altri tempi il governatore. Così le riservano saluti ed elogi. Salis sfugge alle etichette. Franceschini la immagina federatrice del centro, Renzi l’avrebbe voluta alle primarie. Lei risponde come faceva in pedana, con una martellata: «Io sono progressista». Ricorda il padre operaio, comunista, la casa di sessanta metri quadrati. «L’importante è far vedere chi sei», le disse lui quando seppe che volevano candidarla. «L’ascensore sociale è di sinistra». Il libro di Massimo D’Alema le fa rimpiangere i partiti di cui ci si sentiva fieri. Rivendica il gradimento che un sondaggio le attribuisce fra gli elettori di Avs. Altro che santino centrista.

La chiamano «Barbie del Pd», «radical chic», le fanno le pulci al prezzo delle scarpe che indossa, a quello delle vacanze. «Né io né la mia famiglia abbiamo mai rubato nulla». «Essere donne e giovani in Italia sono due patologie», scherza. «Una è curabile». La giovinezza passa. A trentanove anni si candida a sindaca di Genova, tre mesi dopo vince. Dieci titoli italiani nel martello, poi la vicepresidenza del Coni, lei, numero due in un «ambiente che più misogino non c’è». Poi la corsa a Genova, la vittoria e una notorietà coltivata con metodo: tv, interviste, i dj-set in piazza che fanno da contrappunto politico-culturale alla guerra ai rave della prima Meloni, le foto e i post virali, le battaglie per la difesa delle donne, lei sulla banchina a salutare la Flotilla e dagli operai del porto, adesso il libro e un tour italiano. Un personaggio nazionale, mentre ripete di avere Genova da governare. Le rinfacciano perfino di essere manovrata dal marito, il regista Fausto Brizzi. «Sono manovrata da mio marito?», domanda. Suvvia. Cappellini chiede: il domani del titolo è Palazzo Chigi? Salis si sfila dalla corsa alle prossime Politiche, rimanda ai compiti a Palazzo Doria. Quando il calendario scivola al 2030, la risposta cambia: «Non credo sia un orizzonte da non prendere in considerazione». Ha quarantun anni. Prima vuole finire il mandato e potersi guardare allo specchio. Renzi prometteva «adesso», lei ha chiamato il suo libro «È già domani».

Alla fine un ragazzo attraversa tutta la sala con il deambulatore per chiederle una fotografia. Salis si gira, lo vede, lo abbraccia. «Sindaca, spero possa essere la prossima presidente del Consiglio», le dice. Silvia sorride, «assai contenta di quel vago avvenir» che in mente sembra avere. Che poi tanto vago, forse, non è.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Scuole: lunedì di proteste

Autunno caldo

Prato, occupato il Liceo scientifico Copernico. E da Milano arriva il candidato dem alle primarie

di Alessandro Formichella
Sportello legale